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Luna: suggestioni

Stefano Di Michele 21 Lug 2009
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Il piede sulla Luna dell'astronauta AldrinQuando l’uomo posò il piede sulla luna, mi sembrò strano. Non emozionante, non suggestivo: solo strano. Non mi sembrò un miracolo, ma una sfida. Forse perfino uno sfregio. Quell’impronta pesante, quella polvere sollevata come aria secca, quei gesti goffi: niente riusciva ad affascinarmi.
Tutti i miei compagni di classe lo erano, anche tutte le suore del convento delle Figlie della Misericordia dove mi trovavo. Ricordo anche un’immagine del Papa, Paolo VI, che alzava le mani esultando. Avevo nove anni allora. “Siamo arrivati sulla luna”, sentivo esultare intorno.

A me non piaceva che gli uomini fossero arrivati anche lì. Lì no, non era il loro posto. Non capivo il perché. Si certo: la sfida, l’ignoto, l’avventura… Ma confusamente mi pareva che l’uomo non dovesse arrivare dappertutto, che non tutto dovesse conoscere il peso del suo piede. E poi, vista dalla terra, la luna mi sembrava troppo leggera, come certe lampade orientali di carta di riso, per il peso di quel piede. Credevo venisse giù la luna, che si piegasse su se stessa e che poi precipitasse sulla terra.
Ancora non sapevo (non sapevo di saperlo) che qualcosa deve sempre restare ignoto, irraggiungibile, perso. La vita è creare con la mente, prima che arrivare. Molti anni dopo ho letto una poesia di Borges; raccontava la storia di un uomo, un grande saggio, che scrive un’opera immensa dove raccogliere tutto ciò che c’è nel creato. Per anni e anni e anni - un’intera esistenza - l’uomo studia, annota, elenca. Alla fine il lavoro è terminato. E proprio nel momento in cui scrive l’ultima parola alza finalmente gli occhi al cielo e vede la Luna. L’aveva dimenticata. È questa la grandezza della Luna (come ogni sogno, come ogni altro mondo): esserci sempre. E a volte essere dimenticata. Per poter riapparire quando è necessario.

 

Stefano Di Michele
Giornalista "Il foglio"

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Settembre 2009 10:26
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