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Scienzaonline

 Bioenergy is the most common renewable energy source in Europe - and it's expected to continue to make up a significant part of the energy mix in the future. However, its climate performance can vary significantly depending on the production and processing of forest or agriculture biomass and the final use for biofuel production or heat and power generation. Some bioenergy and biofuel pathways have higher (GHG) savings than others, according to the latest data published by the Joint Research Centre (JRC), the European Commission's science and knowledge service. For example, electricity produced from maize in biogas plants can result in 80% GHG savings compared to fossil fuel alternatives, provided that gas-tight tanks are in place and agricultural manure is used in combination with the maize.

Pubblicato in Scienceonline

 

A new study in Heliyon suggests that Neanderthals survived at least 3,000 years longer in Spain than we thought. Neanderthals survived at least 3,000 years longer than we thought in Southern Iberia - what is now Spain - long after they had died out everywhere else, according to new research published in Heliyon. The authors of the study, an international team from Portuguese, Spanish, Catalonian, German, Austrian and Italian research institutions, say their findings suggest that the process of modern human populations absorbing Neanderthal populations through interbreeding was not a regular, gradual wave-of-advance but a "stop-and-go, punctuated, geographically uneven history."
Over more than ten years of fieldwork, the researchers excavated three new sites in southern Spain, where they discovered evidence of distinctly Neanderthal materials dating until 37,000 years ago. "Technology from the Middle Paleolithic in Europe is exclusively associated with the Neanderthals," said Dr. João Zilhão, from the University of Barcelona and lead author of the study. "In three new excavation sites, we found Neanderthal artefacts dated to thousands of years later than anywhere else in Western Europe. Even in the adjacent regions of northern Spain and southern France the latest Neanderthal sites are all significantly older."

Pubblicato in Scienceonline

Microscopio olografico portatile. In alto a destra è riportato un dettaglio del chip raffigurante una microlente polimerica utilizzata per ottenere l’ingrandimento ottico desiderato

I ricercatori dell’Isasi-Cnr hanno realizzato un microscopio olografico integrato su una sorta di vetrino che fornisce immagini 3D da cui si ricavano i dati quantitativi di elementi biologici. In futuro il chip consentirà di portare la diagnostica di laboratorio direttamente presso il paziente. Lo studio è pubblicato su Light: Science and Applications del gruppo Nature

 

Un sofisticato laboratorio di analisi a portata di tasca è stato messo a punto dai ricercatori dell’Istituto di scienze applicate e sistemi intelligenti del Consiglio nazionale delle ricerche (Isasi-Cnr) di Napoli con il primo microscopio olografico, che darà modo agli utenti di effettuare, per alcune patologie, esami diagnostici rapidi e a casa propria. Lo studio è stato pubblicato su Light: Science and Applications, rivista del Nature Publishing Group.

“La svolta tecnologica è stata possibile grazie ai cosiddetti dispositivi Lab-on-a-Chip (Laboratori su chip)”, spiega Vittorio Bianco, ricercatore Isasi-Cnr. “Abbiamo dotato un chip microfluidico, cioè un semplice ed economico pezzetto di plastica nel quale sono scavati dei canaletti in cui scorre il fluido da analizzare (sangue, urine, saliva…), di micro-elementi ottici che gli conferiscono le funzionalità di microscopio tridimensionale di tipo olografico tascabile. Il microscopio olografico si presenta come un semplice vetrino da microscopio di alcuni centimetri di lunghezza ma costituisce un vero e proprio strumento di misura, fornendo mappe 3D da cui si ricavano i dati quantitativi di elementi biologici, statici o in movimento all’interno di un liquido”.

Pubblicato in Tecnologia

Un team di ricerca guidata dalla Sapienza di Roma ha messo a punto un modello computazionale in grado di spiegare un importante meccanismo biologico alla base del differenziamento delle staminali delle piante, applicabile anche alle cellule umane. I risultati sono pubblicati su PNAS

Uno studio coordinato dalla Sapienza di Roma analizza per la prima volta un meccanismo biologico utilizzato dalle piante per mettere in atto il differenziamento delle cellule staminali e adattarsi così all’ambiente. La ricerca, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences, rappresenta un’innovazione metodologica nell’osservazione dei processi cellulari e potrebbe essere estesa anche alle staminali umane. Studiare in laboratorio i meccanismi rigenerativi delle piante, capaci di produrre continuamente nuovi “organi” come radici, foglie e fiori, è particolarmente utile per raccogliere preziose informazioni anche sulla fisiologia umana. Questo è stato il punto di partenza del gruppo di ricerca diretto da Sabrina Sabatini della Sapienza di Roma, che nel corso di una serie di esperimenti durati 4 anni ha individuato il meccanismo molecolare che attiva il processo di “trasformazione” di una cellula staminale vegetale in una cellula specializzata.

Pubblicato in Medicina

Stabilita per la prima volta una chiara connessione tra l’atrofia muscolare spinale, una malattia genetica neuromuscolare che colpisce prevalentemente in età infantile, e la sintesi delle proteine. La scoperta rivela un nuovo processo cellulare implicato nella malattia e potrebbe permettere di sviluppare terapie. Lo studio, messo in copertina dalla rivista scientifica Cell Reports, vede il Trentino protagonista. È, infatti, frutto della collaborazione locale dell’Istituto di biofisica del Cnr e del Cibio dell’Università di Trento e risultato di un Grande Progetto PAT. I dettagli sono stati illustrati oggi in una conferenza stampa nel Palazzo della Provincia autonoma di Trento

 

Gattonare sembra una delle azioni più semplici. Ma c’è chi ha i muscoli talmente deboli da non poter fare nemmeno questo. Lo sanno bene le famiglie di bambini affetti dalla Sma, l’atrofia muscolare spinale, una malattia genetica che colpisce le cellule nervose del midollo spinale, quelle da cui partono i segnali diretti ai muscoli. Uno studio pubblicato in questi giorni getta una nuova luce su questa malattia. L’articolo stabilisce per la prima volta una chiara connessione fra un processo fondamentale per le cellule, la sintesi delle proteine, e il meccanismo attraverso il quale insorge e progredisce la Sma. Questa scoperta potrebbe permettere di meglio comprendere l’unica terapia esistente e recentissimamente approvata dalla Fda (Food and Drug Administration, ovvero Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali, l’ente governativo statunitense che fra l’altro regolamenta l’immissione sul mercato di nuovi farmaci) e di sviluppare terapie alternative o integrative per questa malattia mortale.

Pubblicato in Medicina

Medicina

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