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Scienzaonline

 


La Shaken Baby Syndrome (sindrome del bambino scosso) e' caratterizzata da un trauma cranico non accidentale, implicando per la genesi di questa patologia non solo l'attivita' dello 'shaken' (scuotimento) ma anche quella di 'scontro' su una superficie dura. È una delle prime cause di morte nei bambini molto piccoli, in genere al di sotto dell'anno, ed e' determinata da uno scuotimento violento del piccolo da parte di uno dei due genitori. Il Cdc di Atlanta parla di un caso ogni milione di bambini sotto l'anno di vita, ma e' certamente una condizione molto piu' frequente. A spiegarla ai pediatri e ai medici riuniti al 74esimo congresso di pediatria della Societa' italiana di pediatria (Sip) a Roma e' Elena Coppo, del reparto di Pediatria d'Urgenza dell'Ospedale Regina Margherita di Torino, nell'ambito del corso sugli abusi e i maltrattamenti.

"Oltre il 50% della mortalita' dei bambini sotto i 5 anni con trauma cranico severo dipende proprio da questa sindrome- conferma la pediatra- ed e' una situazione sottostimata che presenta una serie di difficolta' sia di diagnosi che di identificazione. La difficolta' sta nel riuscire a reperire tutte quelle caratteristiche cliniche che permettono di fare una diagnosi precisa. Essendo una situazione di maltrattamento- sottolinea Coppo- la diagnosi e' molto importante, perche' mette in tutela il bambino e permette di aiutare la coppia di genitori che si e' fatta artefice di suddetta situazione".

Pubblicato in Medicina
 
 
Ha aperto presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs un centro innovativo dedicato alle sperimentazioni cliniche oltre che alla cura delle malattie oncologiche delle donne. Si tratta del Centro di Farmacologia Clinica, un reparto di degenza con 4 posti letto e un day hospital che si sviluppa su una superficie di circa mq.

380 ed e' attualmente sede di circa 23 trial clinici in ginecologia oncologica di fase II-III, la maggior parte sui carcinomi dell'ovaio.

Il Centro, costruito nel rispetto delle nuove normative sulle sperimentazioni cliniche, in particolare della nuova Determina Aifa n. 809/2015 (che detta i requisiti minimi necessari per ospitare sperimentazioni di fase I), dispone anche di un giardino pensile terapeutico unico in Italia, realizzato ad hoc per immergere le pazienti nella natura in modo che ne traggano benessere psico-fisico che favorisce il buon esito delle cure. Al momento sono in corso di approvazione al comitato etico due studi di fase I per le pazienti affette da carcinoma ovarico ed endometriale. Il nuovo centro, ubicato al 10mo piano, Ala O del Gemelli, che arricchisce e completa le strutture del Dipartimento per la Salute della Donna e del Bambino diretto dal professor Giovanni Scambia, e' stato inaugurato alla presenza del Prof. Franco Anelli, Rettore dell'Universita' Cattolica, Dottor Giovanni Raimondi, Presidente Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, Prof. Marco Elefanti, Direttore Generale Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, Prof. Rocco Bellantone, Preside della facolta' di Medicina e chirurgia della Cattolica e Direttore del Governo Clinico della Fondazione Gemelli.
Pubblicato in Medicina
Sabato, 23 Giugno 2018 12:48

Quello che resta dei biocombustibili

Dai sottoprodotti e dagli scarti delle bioraffinerie, a composti da utilizzare nell’industria cosmetica e alimentare: il progetto EXCornsEED, coordinato da Sapienza, ha appena ricevuto un finanziamento di oltre 4,2 milioni di euro da parte della BBI (Bio-Based Industries Joint Undertaking) Si chiama EXCornsEED ed è coordinato da Sapienza. È il nuovo progetto che include 13 partner provenienti da 8 paesi europei, appena finanziato con oltre 4,2 milioni di euro dalla BBI (Bio-Based Industries Joint Undertaking), il partenariato pubblico-privato, con protagonisti la Commissione europea e le principali industrie europee legate alla bioeconomia.
Per tre anni e mezzo – questa la durata complessiva prevista – una task force di competenze scientifiche collaborerà con imprese già attive nel settore, mettendo a punto tecniche ad hoc per recuperare gli scarti generati dalla lavorazione delle bioraffinerie. L’attività dei ricercatori si concentrerà sugli impianti dedicati alla produzione di biocombustibili, una filiera che parte da varie fonti rinnovabili, tra cui il mais e la colza, per la produzione di biodiesel e bioetanolo, lasciando resti ricchi di composti di potenziale valore. Qui si inseriscono le nuove tecnologie e le procedure di frazionamento che consentiranno di ricavare diversi composti da inserire nel ciclo produttivo delle industrie cosmetiche e alimentari, mettendo a frutto quanto altrimenti destinato ad essere impiegato – in modo assai poco redditizio – come concime.

Pubblicato in Tecnologia
 
 
Una nuova ricerca condotta negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna e in Italia all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesu', getta luce sulla genetica alla base di una malattia renale debilitante nei bambini, la sindrome nefrosica. I risultati, pubblicati nell'ultimo numero del Journal of American Society of Nephrology (Jasn), la piu' autorevole rivista del settore, potrebbero portare a nuove diagnosi e, quindi, a nuovi trattamenti. Cosi' in un comunicato l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesu' - IRCCS.
"L'analisi del Dna di pazienti pediatrici raccolti in due continenti- spiega la dottoressa Marina Vivarelli, dell'unita' operativa Nefrologia e dialisi dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesu' che ha partecipato allo studio- ha permesso di individuare alcuni fattori di predisposizione genetica di una malattia renale, la sindrome nefrosica cortico-sensibile del bambino. Di questa malattia molto eterogenea, che curiamo con il cortisone e a volte con altri farmaci che abbassano le difese immunitarie, oggi comprendiamo poco le cause".
Pubblicato in Medicina

Uno studio condotto nell’ambito del progetto ERC Starting Grant “HIDDEN FOODS”, dalla Sapienza in collaborazione con team internazionali, ha rivelato, attraverso l’analisi del tartaro dentale di resti archeologici, l’intenso consumo di pesce e carboidrati nella dieta dei cacciatori-raccoglitori del Mediterraneo di 10.000 anni fa. Un team di ricerca internazionale, guidato da Emanuela Cristiani del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e maxillo-facciali della Sapienza, ha fatto luce sulla dieta degli ultimi cacciatori-raccoglitori del Mediterraneo, rivelando un largo consumo di pesce e piante.

I risultati dello studio, condotto nell'ambito del progetto ERC Starting Grant HIDDEN FOODS, con le collaborazioni dell’Università di York (BioArCh), dell’Italian Academy for Advance Studies in America (Columbia University) e dell’Accademia Croata delle Scienze e delle Arti, sono pubblicati sulla rivista Scientific Reports.

Il team di ricerca internazionale ha analizzato le tracce conservate nei denti di un giovane individuo sepolto verso la fine dell’VIII millennio a.C e ritrovato nella grotta di Vlakno, sull’Isola di Dugi Otok in Croazia. Nello specifico, per analizzare i resti, i ricercatori hanno applicato un approccio integrato, che ha incluso lo studio dei microfossili intrappolati nella placca dentale mineralizzata, comunemente definita come “calcolo”, l’analisi degli isotopi stabili del carbonio e dell'azoto registrati nelle ossa umane e i dati paleoantropologici.

Pubblicato in Paleontologia

 

Lo strumento è stato messo a punto da un team internazionale guidato da ricercatori Sapienza

Analizzare le tracce di masticazione ancora visibili sui denti di animali e uomini del passato è un passaggio fondamentale per ricostruire le loro abitudini alimentari. A questo scopo un team internazionale guidato da ricercatori della Sapienza, in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II, di Saragozza e di Helsinki, ha sviluppato un nuovo software open access per semplificare l’identificazione di tracce microscopiche lasciate dal cibo sui denti durante la masticazione degli ultimi pasti consumati.

“Lo studio dei denti fossili e in particolare delle tracce di usura presenti sulla superficie dentale restituisce una serie di importanti informazioni riguardo la dieta, la morfo-meccanica e, più in generale, la biologia di animali estinti” - spiega Flavia Strani, dottoranda presso il dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza - “Le tecniche in uso per questo tipo di studi si sono molto sviluppate negli ultimi decenni, soprattutto grazie alla microscopia, ma abbiamo l’esigenza di un ulteriore salto di qualità”.
In questo ambito si colloca l’idea di MicroWeaR – questo il nome del software: nato dalla necessità di semplificare la ricerca, rende possibile misurare, quantificare e catalogare automaticamente le tracce microscopiche di usura dentale, per rivelare con precisione la modalità di masticazione e l’eventuale consumo di fibre vegetali, di alimenti vegetali più coriacei (tuberi, semi) o di carne.

Pubblicato in Paleontologia

 

 

Physical activity plays an important part in dementia prevention. In order to identify risk factors for this neurological disease more effectively, scientists will increasingly focus on big data and genetic research, experts reported at the Congress of the European Academy of Neurology in Lisbon. The question of whether physical activity can prevent dementia and if so, how, is a research question of particular interest. “Today we know that being in good physical condition also ensures a healthy brain. In addition, observational studies suggest that individuals who are physically active also have a better cognitive status,” Prof Ana Isabel Verdelho (Lisbon) told the 4th Congress of the European Academy of Neurology (EAN) in Lisbon.

The neurologist is conducting a study that is investigating whether physical activity can actually prevent cognitive damage caused by circulatory disorders of the brain. “The search for suitable study participants is proving difficult. If individuals who have been physically active throughout their life do not develop dementia, you cannot necessarily conclude that physical activity is the reason. These persons may have taken other good decisions as well, for example, a healthy diet or regular checks for vascular risk factors.” The study that now is going on compares subjects that all have in common signs of a vascular disease of the brain. Participants are randomized in two groups, one with supervised physical activity, and the other without supervised physical activity. The aim is to ascertain if physical activity is specifically associated with better cognitive outcomes.

Pubblicato in Scienceonline

 

La proteina APOA-1Milano, conosciuta per la sua azione protettiva contro l’aterosclerosi, è più efficace se somministrata tramite via orale in un “latte di riso terapeutico”, in quanto consente di ottenere un effetto terapeutico anche a concentrazioni molto basse. Questo perché le piante di riso geneticamente modificate possono essere utilizzate come bioreattori, ovvero come sintetizzatori o produttori di farmaco nel veicolo di somministrazione, il latte di riso, sicuro e non tossico. Inoltre, l’APOA-1Milano mantiene le sue proprietà protettive e anti-infiammatorie non solo nel sistema vascolare (arterie come aorta, coronarie e carotidi), ma anche in altri distretti dell’organismo come il fegato.

A rivelarlo è lo studio “APOA-1Milano muteins, orally delivered via genetically modified rice, show anti-atherogenic and anti-inflammatory properties in vitro and in Apoe−/− atherosclerotic mice” (Doi: 10.1016/j.ijcard.2018.04.029), condotto da un gruppo di ricerca del Dipartimento di Medicina e chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca coordinato da Roberto Giovannoni, ricercatore di Patologia generale e immunologia, e appena pubblicato sulla rivista International Journal of Cardiology. I risultati sono stati inoltre presentati ieri al XVIII International Symposium on Artheriosclerosis di Toronto.

Nonostante l’alto potenziale terapeutico dell’APOA-1Milano, nessuno dei  farmaci sviluppati in passato e basati su questa proteina è mai arrivato a disposizione dei pazienti a causa della bassa efficienza dei processi di purificazione della stessa. L’azienda biotecnologica svizzera GRG Gene Technology SA ha identificato e brevettato un sistema di sintesi e somministrazione della proteina tramite piante di riso geneticamente modificate e ha incaricato l’equipe di Giovannoni di valutarne il potenziale terapeutico.

Pubblicato in Medicina

 


Uno studio indipendente, finanziato dall’AIFA e coordinato dai ricercatori del Dipartimento di Medicina clinica della Sapienza, in collaborazione con le università di Bologna e Padova, ha dimostrato l’efficacia di una terapia innovativa basata sull’utilizzo di albumina umana. I risultati sono pubblicati sulla rivista The Lancet
Uno studio, coordinato dai ricercatori del Dipartimento di Medicina clinica della Sapienza in collaborazione con le università di Bologna e Padova, ha dimostrato l’efficacia di una terapia innovativa basata sull’utilizzo di albumina umana su pazienti con cirrosi epatica scompensata. La ricerca è pubblicato sulla rivista internazionale The Lancet.

Il team di ricercatori ha condotto per 10 anni uno studio controllato randomizzato in 33 centri epatologici italiani su 431 pazienti affetti da cirrosi epatica in fase di scompenso ascitico.
Il gruppo di pazienti di controllo ha continuato il trattamento con terapia diuretica standard, mentre, per il gruppo sperimentale, la terapia standard è stata incrementata con una infusione endovenosa settimanale di 40 grammi di albumina umana. Lo studio si proponeva di determinare se la somministrazione a lungo termine di albumina fosse in grado di influenzare il trattamento dell’ascite, l’incidenza di complicanze e la mortalità di pazienti affetti da cirrosi scompensata.
Nel gruppo trattato con albumina è stata osservata una riduzione del rischio di mortalità a 18 mesi di circa il 40% (HR= 0.62; C.I.=0.40-0.95), oltre a una riduzione significativa dei problemi fisiologici legati all’ascite (la principale complicanza legata alla cirrosi), come la refrattarietà, l’insufficienza renale e l’encefalopatia epatica grave.

Pubblicato in Medicina

Il prodotto, sviluppato all’Università di Pisa, è a lievitazione naturale, ricco di antiossidanti e a prolungata conservabilità

Un pane viola a lievitazione naturale, con tre “super ingredienti” che lo rendono un prodotto in grado di coniugare gli elementi dell’innovazione e quelli della tradizione: è nato “Well-Bred”, il pane dal caratteristico colore dato dalle patate viola, ricco di antiossidanti, a prolungata conservabilità e adatto a consumatori con esigenze particolari (intolleranti al glutine, vegani, ipertesi, ecc.). Il prodotto è il frutto degli studi del gruppo di Tecnologie alimentari, in collaborazione con alcuni ricercatori di Biochimica Agraria dell’Università di Pisa, in particolare della laureanda Anna Valentina Luparelli e della dottoranda Isabella Taglieri, coordinate dalla loro professoressa Angela Zinnai. Il pane viola è stato uno dei progetti che ha partecipato alla finale del PhD+, il corso dell’Università di Pisa che insegna a pensare innovativo e a trasformare le idee in impresa. 
«“Well-Bred” rappresenta un prodotto in grado di sintetizzare una serie di aspetti positivi per un alimento, quali l’elevato valore nutraceutico, le migliorate caratteristiche tecnologiche e sensoriali, nonché la maggiore sostenibilità ambientale – spiegano le ricercatrici - Il prodotto può rappresentare un modello per l’intero comparto dei prodotti da forno, che prevedrebbe la rivisitazione delle ricette sia di merende o snack, per uno spuntino nutrizionalmente bilanciato, sia di quei dolci che fanno parte a pieno titolo della grande tradizione dolciaria italiana (panettone, pandoro, colomba, schiacciata pasquale, ecc.). Abbiamo scelto il nome “Well-Bred” (cresciuto bene), giocando sull’assonanza con il termine bread (pane), per valorizzare allo stesso tempo le sue caratteristiche altamente salutari».

Pubblicato in Medicina
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