Articoli filtrati per data: Gennaio 2019


Ad ogni età il gioco adatto. Nel nuovo numero di ‘A Scuola di Salute’ i consigli degli esperti del Bambino Gesù. Contatto con mamma e papà, letture e fantasia strumenti irrinunciabili. Il valore del gioco in ospedale.

“Giocare è una cosa seria”. In ogni fase dell’infanzia non è solo svago e divertimento, ma un modo di conoscere il mondo attraverso il corpo, i sensi, l’intelletto. Con l’attività ludica il cervello del bambino si evolve e accresce la propria
complessità. Per questo è necessario proporre il gioco giusto all’età giusta. A cominciare dalla vicinanza con il corpo di mamma e papà, prima palestra per l’allenamento dei sensi del piccolo; puntando molto sulla lettura, fondamentale per il processo di crescita e con un dosaggio oculato di tablet e videogiochi.

Nel nuovo numero di ‘A scuola di salute’, il magazine digitale a cura dell’Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell’Adolescente diretto dal prof. Alberto G. Ugazio, gli esperti dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede spiegano come funziona il gioco nelle diverse età, con informazioni utili per orientarsi nella scelta di quello più adatto. Una sezione speciale della rivista affronta il tema dello sviluppo dei processi di lettura nell’era digitale attraverso l’intervista
alla neuroscienziata statunitense Maryanne Wolf, una delle maggiori esperte sull’argomento e autrice del libro “Lettore, vieni a casa”.

LE FASI DEL GIOCO
Appena nato, il gioco del bambino passa attraverso il contatto con il corpo dei genitori. Questa forma di relazione favorisce la regolazione delle funzioni vitali, la riduzione dello stress, la comunicazione istintuale con mamma e papà, lo
sviluppo cognitivo e le capacità motorie. Dopo i primi mesi di vita, infatti, gli adulti possono diventare la palestra su cui far giocare il bambino. Arrampicandosi, spingendosi e rotolandosi sul corpo del genitore apprenderà progressivamente nuove capacità di movimento come la posizione seduta, il gattonamento, il porsi in piedi da solo. Dopo i 4-6 mesi i giochi possono essere dedicati anche allo stimolo della sensorialità. In questo periodo gli oggetti della
vita quotidiana sono i più interessanti. I bambino tocca, osserva, annusa, ascolta, assaggia. Attraverso la manipolazione e il contatto impara a conoscere se stesso e il mondo che lo circonda. E’ il periodo giusto per preparare il “cesto dei
tesori”: un contenitore di stoffa o vimini da riempire con oggetti della quotidianità domestica, di materiali, forme e colori diversi, che incuriosiranno il bambino e stimoleranno lo sviluppo dei sensi e delle sue capacità motorie.
Dai 2 anni di vita il gioco si trasforma e i bambini cominciano a “fare finta di”: è il gioco simbolico, esperienza fondamentale per lo sviluppo cognitivo, sociale ed affettivo. Il bambino esplora il mondo della fantasia, si confronta con un numero infinito di situazioni, avventure, sfide e, in questo modo, allarga il suo campo di azione. Il gioco simbolico si sviluppa partendo dal gioco imitativo: tra i 12 e i 18 mesi i bambini iniziano ad imitare piccole azioni che vedono intorno a loro (cullare, dare da mangiare, dormire, bere). Dai 2 anni passano al cosiddetto gioco parallelo: spesso in presenza di altri bambini ma senza una reale collaborazione, cominciano a creare piccole storie. Dai 3 anni in poi le trame del gioco diventano sempre più lunghe e complesse. I bambini amano travestirsi e diventare i protagonisti delle loro storie, oppure iniziano ad utilizzare pupazzi o personaggi per metterle in scena. In questo periodo giocano a lungo da soli o con altri bambini, creando delle vere relazioni.

Pubblicato in Neuroscienze

 

 

Cosa accadrebbe se il nostro cervello smettesse di produrre la serotonina, ovvero la cosiddetta molecola della felicità? La risposta arriva da uno studio tutto italiano pubblicato su “Scientific Reports”, rivista del gruppo "Nature", che ha mostrato l’esistenza di un legame causale fra la riduzione dei livelli di serotonina nel cervello e l’insorgenza del disturbo bipolare.


Lo studio è stato condotto dal professore Massimo Pasqualetti del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, dal professore Alessandro Usiello dell’Università della Campania e del Ceinge di Napoli e dalla dottoressa Chiara Mazzanti del Fondazione Pisana per la Scienza. La ricerca ha inoltre coinvolto competenze di elettrofisiologia e imaging funzionale delle équipe guidate da Alessandro Gozzi dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Rovereto e da Raffaella Tonini dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. 
“Il nostro studio ha permesso di associare il deficit di serotonina allo sviluppo di sintomi riconducibili alla sindrome maniacale – spiega il professore Massimo Pasqualetti dell’Università di Pisa – infatti abbiamo dimostrato che la cosiddetta molecola della felicità è fondamentale per attenuare lo stress da ‘insulti’ ambientali provenienti dal mondo esterno, senza di essa il nostro cervello è più attivo e da cui appunto la fase “up” o maniacale che fa da contraltare alla depressione”.
I ricercatori hanno condotto lo studio attraverso una sperimentazione su modelli animali e così hanno visto che i topi a cui veniva inibita la produzione di serotonina mostravano comportamenti, come ad esempio la perdita del senso del rischio, assimilabili a quelli delle persone in fase maniacale.

Pubblicato in Medicina

Il particolare mix che nasce da filiera tutta toscana è stato studiato nell’ambito di un progetto a cui hanno partecipato l’Università di Pisa, l’Azienda Ospedaliera Universitaria A. Meyer come coordinatore e l’Istituto Zooprofilattico delle Regioni Lazio e Toscana

Latte di asina e olio extra vergine di oliva, dall’unione di queste due eccellenze toscane nasce un alimento gustoso e adatto per la nutrizione dei bambini allergici alle proteine del latte vaccino. L’idea di mettere insieme questi due ingredienti è stata studiata nell’ambito di “L.A.B.A. Pro.V.”, un progetto della Regione Toscana sulla Nutraceutica di cui la professoressa Mina Martini, che studia da anni le proprietà del latte di asina, era responsabile per l’Università di Pisa e al quale hanno partecipato l’Azienda Ospedaliera Universitaria A. Meyer come coordinatore e l’Istituto Zooprofilattico delle Regioni Lazio e Toscana. Un “mix della salute” tutto toscano quindi composto da olio evo e da latte proveniente dal Complesso agricolo forestale regionale “Bandite di Scarlino”, dove il latte d’asina Amiatina viene prodotto, pastorizzato e confezionato con la supervisione scientifica della professoressa Martini e dei suoi collaboratori. 
“Per i bambini il latte di asina è un buon sostituto in caso di allergia alle proteine del latte vaccino (APLV) – spiega Mina Martini – e questo sia per le sue proprietà nutritive sia perché risulta gradevole al gusto, diversamente da alcuni sostitutivi”.

Pubblicato in Medicina
Lunedì, 14 Gennaio 2019 11:47

Dai Primati lezioni di economia

 

I cebi dai cornetti, specie separatasi dall’uomo circa 35 milioni di anni fa, sono in grado di riconoscere quali oggetti hanno maggior valore per essere utilizzati come moneta di scambio e ottenere cibo. È quanto risulta da uno studio condotto dal Cnr-Istc, pubblicato sulla rivista Animal Cognition

 

L’uso del denaro da parte dell’uomo sostituisce il baratto all’incirca 6 secoli prima di Cristo e rapidamente diventa il mezzo più efficiente per ottenere beni e servizi, condizionando ogni aspetto della nostra vita. Per comprendere quali fattori abbiano permesso la transizione dal baratto al sistema economico attuale è importante indagare le origini evolutive dell’utilizzo del denaro, studiando il comportamento di alcuni primati non umani, le specie animali evolutivamente più vicine a noi.

In uno studio pubblicato sulla rivista Animal Cognition, i ricercatori dell’Unità di primatologia cognitiva dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc) di Roma e dell’Institute for Advanced Study (Iast) di Tolosa, in collaborazione con l’Institute Jean Nicod, Ecole Normale Superieure di Parigi, hanno preso in esame il comportamento di ‘baratto’ dei cebi dai cornetti, piccole scimmie sudamericane la cui linea evolutiva si è separata da quella umana circa 35 milioni di anni fa. “Abbiamo coinvolto sei cebi dai cornetti in due esperimenti di scambio di token, gettoni colorati ma anche bulloni e oggetti vari di ferramenta”, spiega Elsa Addessi, ricercatrice Cnr-Istc. “A ogni scimmia è stato consegnato un set di quattro diversi token: token familiari (a loro già noti) e non familiari (introdotti nel presente studio) che, nello scambio con lo sperimentatore, portano a una ricompensa alimentare; token non validi, usati in precedenti esperimenti, ma che perdono valore di scambio e oggetti, a loro sconosciuti, senza valore di scambio”.

I ricercatori hanno scoperto che le scimmie riconoscevano prontamente la validità dei token come mezzo di scambio indipendentemente dalla loro familiarità. “Abbiamo dimostrato che i cebi sono in grado di categorizzare i token in base alla loro validità, cioè al loro essere ‘in corso’, come lo è l’euro rispetto alla vecchia lira”, prosegue Francesca De Petrillo, ricercatrice Iast a Tolosa. “Analogamente a quanto avviene negli esseri umani, i cebi hanno scambiato per primi e in maggior numero i token ‘in corso’ rispetto a quelli ‘fuori corso’ e agli oggetti privi di valore, a prescindere dalla loro familiarità. Pertanto, i cebi sono in grado di categorizzare e utilizzare i token in modo simile a quanto noi facciamo con il denaro”.

Pubblicato in Antropologia



Vitamin D supplements have been found to reduce the risk of potentially fatal lung attacks in some chronic obstructive pulmonary disease (COPD) patients, according to a study led by Queen Mary University of London.

The findings add to a growing list of health benefits for the ‘sunshine vitamin’. While vitamin D is best known for its effects on bone health, previous studies by Queen Mary researchers have revealed its role in protecting against colds, flu and asthma attacks, and even helping with weight gain and brain development in malnourished children. The latest research, carried out at Queen Mary and funded by the National Institute for Health Research (NIHR), found that the use of vitamin D supplements led to a 45 per cent reduction in lung attacks among COPD patients who were deficient in vitamin D. No benefit was seen for patients with higher vitamin D levels.

COPD describes a number of lung conditions, including emphysema and chronic bronchitis, where a person’s airways become inflamed, making it harder to breathe 1. Almost all COPD deaths are due to lung attacks (termed ‘exacerbations’) in which symptoms worsen acutely. These are often triggered by viral upper respiratory infections – the type that cause the common cold.

The disease affects more than 170 million people worldwide, and caused an estimated 3.2 million deaths in 2015. 1.2m people have COPD in the UK, which is the cause of five per cent of the UK’s total deaths (around 30,000 per year), and costs the NHS £800m per year.

Pubblicato in Scienceonline

 


Lo studio del Bambino Gesù pubblicato su Antioxidant and Redox Signaling

 


L’idrossitirosolo, una sostanza contenuta nell’olio di oliva, migliora lo stress ossidativo, l’insulino resistenza e la steatosi epatica nei bambini obesi e affetti da fegato grasso. Lo dimostra uno studio condotto da medici e ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e pubblicato sulla più importante rivista scientifica del settore, Antioxidant and Redox Signaling.


L'obesità è uno dei principali problemi mondiali sia nei bambini che negli adolescenti. L'aumento del numero dei bambini con sovrappeso e obesità nei Paesi industrializzati ha portato al parallelo aumento di casi di fegato grasso o steatosi epatica non alcolica (NAFLD). Negli ultimi vent'anni infatti la steatosi ha raggiunto proporzioni epidemiche anche tra i più piccoli diventando la patologia cronica del fegato di più frequente riscontro nel mondo occidentale. In Italia si stima che ne sia affetto circa il 15% dei bambini, ma si arriva fino all'80% tra i bambini obesi. Tra le cause del fegato grasso c’è l’aumento dello stress ossidativo che le cellule subiscono come conseguenza dell'obesità. Per stress ossidativo si intende qualsiasi condizione patologica causata dalla rottura dell'equilibrio fisiologico fra la produzione e l'eliminazione, da parte dei sistemi di difesa antiossidanti, di sostanze chimiche ossidanti. Queste sostanze possono essere misurate nel sangue dei bambini e in questo studio ci si è avvalsi dell’esperienza del dipartimento di chimica biologia e farmacologia dell’Università di Messina. Quello condotto dai medici del Bambino Gesù è il primo trial pediatrico con l'uso dell'idrossitirosolo, un fenolo dell'olio di oliva con elevato potere antiossidante. I fenolisono infatti dei composti chimici presenti in diversi alimenti e bevande (olio, vino, ecc.) capaci di inibire iprocessi ossidanti.

Pubblicato in Medicina

 

 
 

Researchers have found that neighbour-cells can take over functions of damaged or missing insulin-producing cells. The discovery may lead to new treatments for diabetes.
Diabetes is caused by damaged or non-existing insulin cells inability to produce insulin, a hormone that is necessary in regulating blood sugar levels. Many diabetes patients take insulin supplements to regulate these levels.

In collaboration with other international researchers, researchers at the University of Bergen have, discovered that glucagon producing cells in the pancreas, can change identity and adapt so that they do the job for their neighbouring damaged or missing insulin cells.

“We are possibly facing the start of a totally new form of treatment for diabetes, where the body can produce its own insulin, with some start-up help,” says Researcher Luiza Ghila at the Raeder Research Lab, Department of Clinical Science, University of Bergen (UiB).

The results are published in Nature Cell Biology.

Cells can change identity

The researchers discovered that only about 2 per cent the neighbouring cells in the pancreas could change identity. However, event that amount makes the researchers are optimistic about potential new treatment approaches.

For the first time in history, researchers were able to describe the mechanisms behind the process of cell identity. It turns out that this is not at passive process, but is a result of signals from the surrounding cells. In the study, researchers were able to increase the number of insulin producing cells to 5 per cent, by using a drug that influenced the inter-cell signalling process. Thus far, the results have only been shown in animal models.

“If we gain more knowledge about the mechanisms behind this cell flexibility, then we could possibly be able to control the process and change more cells’ identities so that more insulin can be produced, ” Ghila explains.
Pubblicato in Scienceonline

 


Research carried out at the University of Adelaide shows that obese women lost more weight and improved their health by fasting intermittently while following a strictly controlled diet. The study, published in the journal Obesity, involved a sample of 88 women following carefully controlled diets over 10 weeks.

“Continuously restricting their diet is the main way that obese women try to tackle their weight,” says Dr Amy Hutchison, lead author from the University of Adelaide and the South Australian Health and Medical Research Institute (SAHMRI). “Unfortunately, studies have shown that long-term adherence to a restricted diet is very challenging for people to follow, so this study looked at the impact of intermittent fasting on weight loss. “Obese women who followed a diet in which they ate 70% of their required energy intake and fasted intermittently lost the most weight. “Other women in the study who either fasted intermittently without reducing their food intake, who reduced their food intake but did not fast, or did not restrict their diet at all, were not as successful in losing weight,” says Dr Hutchison.

The study also checked the effect of the different diets on the women’s health. Women who fasted intermittently as well as restricting their food improved their health more than those who only restricted their diet or only fasted intermittently. “By adhering to a strict pattern of intermittent fasting and dieting, obese women have achieved significant weight loss and improvements in their health such as decreased markers for heart disease,” says Dr Hutchison. Participants who fasted intermittently ate breakfast and then refrained from eating for 24 hours followed by 24 hours of eating. The following day they fasted again.

Pubblicato in Scienceonline

Realizzata per la prima volta la connessione sinaptica tra neuroni tramite un dispositivo elettronico (memristore) sviluppato da polimeri, garantendo funzionalità analoghe alle sinapsi naturali. Viene così abilitata la diretta comunicazione tra neuroni in modo artificiale, aprendo prospettive nelle interfacce brain-computer e nella protesica di nuova generazione. La ricerca, condotta dal Cnr-Imem, è pubblicata su Advanced Materials Technologies

 

Una sinapsi è una struttura biologica che connette due neuroni stabilendo tra essi un flusso di informazioni specifico e unidirezionale. Queste connessioni sono elementi chiave per funzioni neuronali essenziali come l’apprendimento e la memorizzazione che si fondano sul numero di ripetizioni (o prove) e il raggiungimento di varie soglie di tensione.

L’emulazione delle loro proprietà e la realizzazione di interfacce tra cervello e macchine (brain-computer), in grado di acquisire, leggere e stimolare l’attività celebrale naturale, è oggetto di studio intensivo crescente nel panorama delle ricerche internazionali.

Grazie allo studio condotto da Silvia Battistoni, Victor Erokhin e Salvatore Iannotta, l’Istituto dei materiali per l'elettronica ed il magnetismo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Imem) ha realizzato dei memristori organici, dispositivi in grado di trattenere una memoria della corrente passata al loro interno, in grado di emulare i comportamenti sinaptici di memorizzazione e apprendimento delle cellule neuronali naturali. Lo studio è stato pubblicato su Advanced Materials Technologies. “I risultati dimostrano l’effettiva interfaccia funzionale ‘neurone-memristore-neurone’, in cui il dispositivo gioca il ruolo di una sinapsi, consentendo la comunicazione tra le due cellule in modo pressoché analogo a quanto avviene in natura con un importante cambio di paradigma rispetto all’approccio consolidato basato su microelettrodi”, spiega Salvatore Iannotta del Cnr-Imem. “Dettagli molto rilevanti della comunicazione interneuronale sono riprodotti, sia dal punto di vista dell’eccitazione reciproca tra i neuroni sia nel dettaglio dell’evoluzione temporale”.

Pubblicato in Medicina
 
 
Allowing smokers to determine their nicotine intake while they are trying to quit is likely to help them kick the habit, according to an early study in 50 people led by Queen Mary University of London.


In the first study to tailor nicotine dosing based on smokers’ choices while trying to quit, the results suggest that most smokers who use stop-smoking medications can easily tolerate doses that are four times higher than those normally recommended. Study author Dunja Przulj from Queen Mary University of London said“Smokers determine their nicotine intake while they smoke, but when they try to quit, their nicotine levels are dictated by the recommended dosing of the treatment. These levels may be far too low for some people, increasing the likelihood that they go back to smoking.

“Medicinal nicotine products may be under-dosing smokers and could explain why we’ve seen limited success in treatments, such as patches and gum, helping smokers to quit. A change in their application is now needed. “Our findings should provide reassurance to smokers that it is okay to use whatever nicotine doses they find helpful.” When nicotine replacement treatment was first evaluated in the 1970s, low doses were used because of concerns about toxicity and addictiveness. Evidence then emerged that nicotine on its own, outside of tobacco products, has limited addictive potential, and that higher doses are safe and well tolerated. Despite this, stop-smoking medications have maintained lower nicotine levels in their products.
Pubblicato in Scienceonline
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