BRANDELLI - Pezzi di Luca Ferrari

Margherita Lamesta 18 Nov 2012
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Primo Prospettive miglior documentario – Roma 2012

Nato da un reportage fotografico cominciato nel 2009, Pezzi, il documentario di Luca Ferrari, presentato al Festival del Film di Roma di quest’anno, nella sezione Prospettive Italia, si aggiudica il primo premio della sezione. In poco più di un’ora di documentario, si ha molto da riflettere.

Massimo, Stefano, Rosi, Bianca, Giuliana sono i padri, le madri, i figli di una città, Roma, che non li riconosce se non nell’accento sguaiato - quello dell’ignoranza - e che li relega ad una periferia – il laurentino 38 - la cui identità si sovrappone esattamente alle loro vite integrate solo tra loro, non con le altre, quelle della gente “normale”. La galera è in agguato, la droga onnipresente e spappolante. “Il passo dall’immagine fissa a quella filmata è stato naturale” - spiega il regista. Pezzi di vita ruvida, dolorosa, graffiata e graffiante, di giovani vite stroncate e senza via di scampo e di madri, che vivono solo nel ricordo di un giglio sporcato dal sangue della morte violenta. 

Regina su tutto è la roba, non quella di Verga ma il “pezzo” di coca che non permette la responsabilizzazione e il confronto con la realtà. Massimo, “er pantera”, è un fine intenditore del “pezzo” e ne fa un uso smodato, al punto da confondere il racconto di fronte ad una telecamera con una scena reale dal profilo drammatico pericoloso – la sua donna, Bianca, rischia il massacro per aver chiesto alla telecamera di oscurarsi. Quasi a voler conservare e preservare una dignità, quella dei panni sporchi che si lavano in casa, quella all’insegna dell’ipocrisia più assoluta. Non suscitano pietà i protagonisti di questo documentario, forti di un machismo di portata esponenziale, di cui, in fondo, si beano. Bello il girato, non certo banali le vite raccontate ma siamo sempre di fronte alla retorica apologia di esseri negativi, visti sotto un’ottica eroica, quando l’eroismo, nell’antologia, era prerogativa di chi si metteva al servizio del prossimo, invece.

Anche i fratelli Taviani hanno girato un capolavoro in carcere – Cesare deve morire – la loro classe, però, li ha portati a dichiarare il gioco sapiente tra realtà e finzione, senza chiedere al pubblico di sorbirsi il racconto di un gruppo di galeotti come se fossero grandi attori finemente talentuosi. Quanto a porre l’accento su certe realtà, penso spetti a giudici e istituzioni occuparsene seriamente, evitando urlate retoriche da piazza e lo sfruttamento delle stesse per fini artistici o pseudo-artistici e/o spettacolari.

 

Margherita Lamesta

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