Il Premio Nobel per la Pace, conferito alla Liberia nel 2011, è stato sprecato? In evidenza

Nella prima decade del secolo, qualche decina di associazioni  nazionali ed internazionali si sono unite insieme  nel progetto per sostenere la candidatura del “ Premio per la Pace” da attribuirsi  alla donna africana; nel 2012,  l’ambìto riconoscimento  è stato attribuito dal Comitato Norvegese per il Nobel  alla presidente della Liberia, Dr.ssa  Hellen Johnson-Sirleaf,  congiuntamente ad altre due donne africane.  La motivazione al premio recitava: ” ..per la sua battaglia non violenta a favore della sicurezza della donna e del loro diritto alla piena partecipazione nell’opera di costruzione della pace”  Questo avveniva tra il plauso e la piena soddisfazione di tutte le donne del mondo  e non solo. Circa un mese fa, mi sono imbattuta in un articolo di Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani di Verona, dedicato sempre alla Liberia, che mi ha prima sconcertata poi rattristata (1).

 

Veniva riferito che, una giornalista liberiana, MAE AZANGO, molto nota anche a livello internazionale per le sue indagini sociali, ha denunciato la mancanza di diritti per le bambine di etnia Mende (che comprende in Liberia circa il 58% delle donne), perché costrette a subire la Mutilazione Genitale Femminile (MGF).

Foto 1: MAE  AZANGO  (da Nigrizia: gennaio, 2014)

La pratica organizzata dalle famiglie, viene espletata dalle affiliate alla setta Sande che prelevano le bambine tra i 6 e i 14 anni, le portano nella foresta, dove vengono istruite sui doveri del matrimonio e sul ruolo sociale della donna. Nell’occasione, viene loro cambiato nome e subiscono la MGF. Il tutto con il consenso delle famiglie. La pratica è così diffusa nel Paese, che persino la Presidente ha dichiarato legittima la MGF. Inoltre durante la campagna elettorale organizzata per essere rieletta la seconda volta  (è in carica dal 2005), la Presidente si è recata dai capi delle società segrete del Paese ( Sande e Poro)  ed ha promesso di tacere su questa tradizione in cambio del loro appoggio. Per cui il silenzio della Presidente di fronte al dramma delle MGF trova una spiegazione: quello che le interessa è di mantenere il potere, anche sulla pelle delle bambine.

Questo non ha fatto tacere la giornalista Azango,  che nel 2012 ha pubblicato una intervista ad una ragazza iniziata, che aveva appena terminato il rituale nella foresta e ha denunciato la brutalità della cerimonia stessa, palesandone i segreti. Ciò le ha scatenato contro aspre critiche,  che si sono aggravate fino alle minacce.

Il giornalista M. Zola ammette che si tratta di una voce soltanto, anche se autorevole, e che l’attuale situazione del Paese rende difficile un maggior approfondimento della notizia. Ciò premesso, se quanto ho letto e qui riferito fosse accertato:

- come si giustifica il comportamento di questa Presidente liberiana, di recente insignita di un attestato  così prestigioso ed importante?
- Quale violenza viene esercitata sulla popolazione, affinchè non  le si sollevi contro; perché  continua a coprirla  con il suo silenzio?

A questo punto lancio una proposta ai lettori: sarebbe possibile le venisse tolto il premio Nobel; perché conferito a  questa signora, mi sembra proprio sprecato. Preciso che il giornalista Zola, non è del mio parere (2).

Certo è  che in tema di MGF  “La congiura del silenzio”, come la chiamava  FP.Hosken, sembra valere anche oggi,  e non solo in Africa, ma anche in occidente.

E’ recente  la notizia, riportata da F. Cavalera,  sul Corriere della Sera del 20/02 u.s (3): si tratta di una campagna contro le MGF, sponsorizzata  dal  The Guardian, quotidiano inglese, con la collaborazione di “Fabrica”.

Vi si riferisce di una immigrata somala di 17 aa (Foto 2) che  ha concesso al giornale  la pubblicazione  della sua immagine di ragazza intatta, in segno di protesta contro il silenzio delle autorità britanniche  in tema di MGF. (Si sottolinea la pregnanza  di questo gesto di rottura tanto più forte perché compiuto all’interno di una popolazione musulmana, e quindi di tradizione iconoclasta). Io credo che l’artificio di Fahma potrebbe essere vincente, soprattutto se venisse seguito da tanti altri esempi consimili.

Foto 2: Fahma Mohamed  (da Corriere della Sera, 20/02/ 2014)

Il fatto in se stesso non è del tutto originale. Per es.: io ricordo una locandina, realizzata per il Progetto Bikaloro di Cosenza contro le MGF,  nel 2010 (4) (Foto3), che  riporta la foto di  3 ragazze “intatte”- italiana, africana, est-europea-. Ho anche parlato personalmente con la mamma dell’adolescente africana, che mi raccontava di essere stata aspramente criticata dalle amiche conterranee, per aver concesso l’immagine della figlia per il manifesto; ma lei continuava ad esserne orgogliosa.

Foto 3: Locandina del Progetto “Bikaloro”, 2009

Concludendo,  se ce ne fossero molte di queste adolescenti ed altrettante madri coraggiose, il superamento della  tradizione escissoria potrebbe essere direttamente gestito da  loro; mentre  la scuola si rivelerebbe il serbatoio dove  questi esempi potrebbero maturare.

Per cui è vero, come dice Fahma Mohamed,  che  il silenzio delle istituzioni dei paesi occidentali  è colpevole, ma è altresì vero che le donne africane presenti nelle nostre città dovrebbero essere più coraggiose  e combattive, ed impegnarsi molto di più a dare il loro contributo per superare il problema delle MGF.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

1- M.Zola: Diritti mutilati. Nigrizia, pgg.:42-44, gennaio,2014.
2- A.A.: Forum dei lettori. Nigrizia, pag.9, aprile, 2014.
3- F. Cavalera: Londra, prime inchieste penali contro la mutilazione femminile. Corriere della Sera, 20/02/2014.
4- ONLUS LILA-Lecce:  Bikaloro, la scelta consapevole. Campagna di prevenzione e contrasto contro la mutilazione genitale femminile, Cosenza, 2009.

 

Pia Grassivaro Gallo

Ultima modifica il Lunedì, 14 Aprile 2014 05:15
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