Geni si nasce o si diventa?

Marina Pinto 10 Ago 2010
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Se vediamo il nostro bambino trotterellare verso il grande pianoforte che troneggia nel bel mezzo del salone per mettere le sue manine sulla tastiera e tentare di strimpellare qualche nota, il nostro cuore si riempie di tenerezza, ma se poi da quello strumento ne esce anche qualcosa che “sa di musica”, la tenerezza lascia il posto allo stupore, e ci chiediamo: il nostro piccolo sarà un genio della musica?
Ecco, la questione è questa: il genio musicale è una dote naturale o un fatto indotto?
Il quesito interessa da tempo gli studiosi di genetica, di biologia ed anche gli antropologi, perché se è vero che la musica è dentro di noi sin da prima della nascita (è provato che il feto risponde agli stimoli sonori già dal quinto/sesto mese di gestazione), è vero  altrettanto che una volta venuti al mondo non tutti diventano musicisti. In definitiva si tratta di stabilire se il talento musicale sia un dono per pochi fortunati (e quindi presente nel loro DNA), o solo il frutto di studio e dedizione.

A favore della tesi genetica c’è una ricerca dell’Università di Helsinki effettuata dall’equipe di Irma Jarvela e pubblicata sul Journal of Medical Genetics, che afferma di aver individuato due regioni del genoma umano in cui si nascondono i “geni della musica”, che strutturano il cervello in modo da renderlo capace di destreggiarsi in maniera eccellente nel mondo delle sette note. Tale capacità sembra sia presente in tutti gli uomini, ed è dovuta ad alcune mutazioni genetiche che sono sopravvenute del DNA umano nel corso dell’evoluzione, e per rendere plausibile tale scoperta, i ricercatori finlandesi si sono messi alla ricerca di tali geni per cercare di identificarli uno per uno.
La caccia al gene ha dato i seguenti risultati: sono stati individuati due locus sui cromosomi 4 e 18, i quali contengono un totale di più di 50 geni associabili con l’attitudine o con il talento musicale (per altro il cromosoma 18 è associato alla dislessia, cosa che fa supporre che nell’uomo ci sia una grossa interazione fra il linguaggio e la musica).

È quindi ipotizzabile che l’attitudine alla musica sia da ricondurre alle mutazioni dei suddetti geni 4 e 18, ed a tale proposito lo studio del dottor Jarvela ha preso in esame un gruppo di famiglie finlandesi, i cui membri, di tutte le età e di molteplici culture (compresa quella musicale), sono stati sottoposti a tre test standard per misurarne l’attitudine alla musica.
Uno di questi test, il “karma music test”, è risultato il più efficace dal punto di vista scientifico, perché prende in esame le capacità uditive - che sappiamo essere indissolubilmente legate alla musica – con una risposta che ha dato identici parametri di valutazione fra coloro che avevano delle conoscenze musicali di buon livello ed i bambini piccoli (che certo non avevano mai studiato né suonato nulla).
La spiegazione di tale responso indica chiaramente che le abilità musicali sono innate, e che quindi geni si nasce.
La scoperta è importante, perché il fatto gli uomini amino la musica, ed una gran parte di essi suonino, cantino o compongano, ha un significato notevole dal punto di vista evolutivo, un segno che certe abilità sono nate molto presto nel calendario dell’evoluzione umana, e quindi presenti nel cervello dei nostri antenati molto prima di quanto si credeva, così da ritrovarsi intatte in tutti gli individui, salvo poi non essere adeguatamente sfruttate.

Tale rassicurante rivelazione (tutti siamo più felici se pensiamo di avere un po’ di Mozart dentro di noi!) fa però a pugni con un altro studio, che invece afferma l’esatto contrario.

Si tratta di una ricerca dell’Università dell’Arkansas condotta dalla dottoressa Elizabeth Margulis, che afferma con sicurezza che la genialità musicale innata è solo un luogo comune, perché in verità le capacità di ascoltare, suonare, cantare o comporre sono solo il frutto di studio ed esercizio, così che la genetica non c’entra per niente.
L’affermazione (che in verità non ci piace troppo) è stata motivata dopo l’effettuazione di una serie di indagini: una risonanza magnetica eseguita sul cervello di alcuni violinisti e flautisti ha realizzato che le loro aree cerebrali coinvolte nell’analisi della sintassi e del timbro musicale, nonché quelle preposte all’ascolto, si attivavano maggiormente solo nel momento dell’esecuzione di una musica eseguita con loro strumento (quindi il violino per i violinisti ed il flauto per i flautisti), mentre un brano suonato da un pianoforte non scatenava in loro nessuna reazione particolare.

Il risultato di questo esame è stata la base per affermare che non è vero che il cervello umano è geneticamente predisposto alla musica, ma solo interessato a ciò che meglio conosce (o che gli piace di più).
Il piacere dell’ascolto (questo almeno non è stato messo in discussione!) o la predisposizione verso la musica che taluni mostrano di possedere sarebbe invece dato dal fatto che il nostro cervello, essendo caratterizzato da una forte plasticità, modella le proprie reti neurali con la pratica dello strumento che il soggetto inizia a studiare in tenera età, ed ecco perché alcuni bambini sembrano avere un talento musicale innato.
Insomma, secondo la dottoressa americana, geni si diventa.

Le due tesi sono quindi del tutto contrapposte, e passerà molto tempo prima di avere una risposta definitiva (sempre che ci sia), ma è certo che uno studio assiduo e consapevole è un passo assolutamente necessario per chiunque si avvicini alla musica.
Ma forse, per quanto strano possa sembrare, la contrapposizione delle due teorie si annulla da sé, perché la storia ci racconta di diversi personaggi musicisti figli di musicisti (e quindi, si suppone, con una attitudine genetica) e di altri il cui talento non proveniva invece da alcuna familiarità.
Mozart, per esempio, aveva certamente un talento naturale di chiara origine familiare (il padre era un bravo violinista ed anche un compositore, e la sorella fu una bambina prodigio alla pari di lui), ma lo studio severo cui il genitore lo sottopose fece bene la sua parte, così che oggi parliamo di lui come il più grande genio della musica (nato ma anche diventato), e così Beethoven (il cui padre, però, era un musicista di scarso talento), il quale comunque studiò moltissimo, ed anche Bach (la cui dinastia musicale ha coperto un tempo lunghissimo, dal XVI al XIX secolo, e qui c’è poco da fare, sette generazioni di musicisti imparentati fra loro vorrà ben dire qualcosa!), per arrivare a Rossini, i cui genitori erano l’uno un suonatore di corno e l’altra una cantante d’opera.
Ma ci sono quelli che scoprirono la musica in tutt’altro modo: Giuseppe Verdi era figlio di un contadino, Cimarosa di una lavandaia, Donizetti di un sarto, Schubert di un maestro di scuola, e la lista sarebbe ancora lunga. Eppure il loro talento, tra l’altro venuto alla luce in età assai precoce, non è stato mai messo in discussione dalla scienza.
Ecco quindi che geni si nasce e si diventa allo stesso modo.

Quindi, se il vostro frugoletto ha voglia di suonare fateglielo fare, e poi, DNA o studio assiduo che sia, la musica sarà per lui una grande compagnia, e saprà donargli tanta gioia.

 

Marina Pinto

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Settembre 2009 10:26
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