Un team di ricerca internazionale coordinato dalla Sapienza dimostra l’impatto del contesto ambientale sugli effetti della terapia farmacologica della depressione

Sapienza Università di Roma 28 Lug 2017
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La depressione è ancora oggi una malattia frequente e debilitante che ha bisogno di strategie terapeutiche più efficaci. L’Organizzazione mondiale della sanità l’ha classificata tra le emergenze sanitarie internazionali.
Uno studio coordinato dalla Sapienza e dall’Istituto Superiore di Sanità ha scoperto il ruolo fondamentale dell’ambiente nel trattamento farmacologico della malattia, dimostrando sul modello murino che l’effetto della terapia può variare a seconda del contesto ambientale in cui essa viene somministrata.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Molecular Pshychiatry, è coordinata da Laura Maggi e da Cristina Limatola del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia della Sapienza e da Igor Branchi dell’Istituto superiore di Sanità, in collaborazione con Silvia Alboni dell’Università di Modena e Reggio Emilia (Unimore) e l’Università di Zurigo.
I ricercatori hanno dimostrato che quando il farmaco viene somministrato in un ambiente ricco di stimoli si verifica, a livello cerebrale, un aumento del supporto neurotrofico nell’ippocampo e un effetto di normalizzazione della funzionalità dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Al contrario, quando il farmaco viene somministrato in un ambiente stressante si osserva un peggioramento del fenotipo comportamentale, un aumento della plasticità cerebrale e una riduzione della neurogenesi nell’ippocampo.
“La capacità di identificare la qualità dell’ambiente come fattore importante nel dirigere l’effetto di un trattamento antidepressivo - sostiene Laura Maggi - potrebbe rappresentare una svolta importante per il miglioramento della terapia della depressione”.

Il lavoro si è concentrato sull’osservazione degli effetti inibitori selettivi della ricaptazione della seratonina (SSRI), una categoria di farmaci utilizzati nel trattamento dei principali casi di depressione, la cui efficacia è notoriamente e fortemente incerta e variabile.
In particolare i ricercatori hanno preso in esame la fluoxetina, farmaco appartenente a questa classe. Dai risultati della ricerca sembrerebbe che la fluoxetina non modifichi direttamente l’umore ma, tramite un aumento della plasticità cerebrale, renda l’individuo più suscettibile agli effetti dell’ambiente. La sperimentazione è stata condotta su topi esposti a stress cronici. La fluoxetina, agendo sulla plasticità del cervello, crea una sorta di finestra di opportunità di cambiamento, la cui direzione, ovvero il decorso della patologia verso il miglioramento o il peggioramento del soggetto, è stabilita dall’ambiente. I risultati dimostrano quindi che la direzione degli effetti comportamentali, strutturali e molecolari, dipendono dalla qualità dell’ambiente in cui viene somministrato il farmaco.

Le osservazioni proposte dai ricercatori possono fornire una motivazione ai noti effetti variabili degli SSRI riscontrati nella pratica clinica e indirizzare strategie finalizzate al miglioramento della loro efficacia, attraverso la sorveglianza e il miglioramento delle condizioni ambientali in cui tali farmaci vengono somministrati.

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