Uno studio coordinato dalla Sapienza ha scoperto il ruolo chiave di una proteina che si comporta come “interruttore molecolare” capace di controllare sia la quantità che l’attività delle proteine che guidano la crescita tumorale. I risultati pubblicati sulla rivista Cell Death & Differentiation.


Uno studio coordinato dalla Sapienza pubblicato sulla rivista Cell Death & Differentiation del gruppo Nature ha individuato nuove vie molecolari coinvolte nell’insorgenza e nella progressione del tumore al seno triplo negativo, una delle forme più aggressive di carcinoma mammario. Questa patologia tende ad avere una progressione molto rapida e può ripresentarsi a distanza di tempo, nonostante le terapie farmacologiche.


Un'alleanza scientifica tra Italia e Stati Uniti ha dato vita a una tecnologia rivoluzionaria per osservare le cellule cerebrali come mai prima d'ora. Grazie all'uso di nanofili trasparenti e imaging 3D avanzato, i ricercatori sono riusciti a ricostruire in laboratorio il comportamento naturale degli astrociti, aprendo nuove strade per combattere le malattie neurodegenerative.

Lo studio, coordinato dal Cnr (istituti Imm e Isof) in collaborazione con la Johns Hopkins University, è stato pubblicato sulla rivista Advanced Science.

La sfida: far sentire le cellule "a casa"
Gli astrociti sono cellule fondamentali per il supporto dei neuroni. Tuttavia, quando vengono coltivati in laboratorio sui tradizionali vetrini piatti, tendono ad appiattirsi e perdere la loro forma originale. È un po' come cercare di studiare il comportamento di un leone osservandolo in una gabbia stretta: i dati ottenuti non sono realistici.


Un innovativo studio italiano, pubblicato il 5 febbraio 2026 sul Journal of Neuroinflammation, propone un cambio di paradigma nella lotta all'Alzheimer. Invece di limitarsi a colpire le placche tossiche, la ricerca suggerisce di potenziare il "sistema di pulizia" interno del cervello.

La scoperta è frutto di un coordinamento dell'Istituto di chimica biomolecolare del Cnr (Cnr-Icb) di Pozzuoli, in collaborazione con l'Università Federico II di Napoli, il Campus Bio-Medico di Roma e la Fondazione Santa Lucia.


Spesso associamo i trigliceridi esclusivamente ai cibi unti o pesanti. Tuttavia, la scienza moderna ci rivela una realtà diversa: per riportare i valori nella norma, tagliare i grassi è solo metà dell'opera. Il vero segreto risiede nella gestione degli zuccheri e dello stile di vita globale.

Cosa sono i trigliceridi e perché ci servono
I trigliceridi sono la principale tipologia di lipidi (grassi) presente nel nostro corpo e negli alimenti. Immagazzinati nel tessuto adiposo, fungono da preziosa scorta energetica. Il problema sorge quando il loro livello nel sangue supera le soglie di sicurezza, diventando un fattore di rischio per il cuore e il metabolismo.


Uno studio dell'Università Autonoma di Barcellona rivela come il sistema immunitario del cervello "si confonda" e attacchi le cellule sane, aprendo la strada a nuove strategie di cura.

 

La lotta contro il Parkinson segna un punto a favore della ricerca. Gli scienziati dell'Institut de Neurociències della UAB hanno scoperto che la degenerazione neuronale non è solo un processo passivo, ma è attivamente accelerata da un errore del nostro sistema immunitario. La ricerca suggerisce che, bloccando questa reazione anomala, potremmo essere in grado di salvare i neuroni ancora funzionali.

Microglia: da "spazzini" a "carnefici"
Il Parkinson è causato dalla morte progressiva dei neuroni dopaminergici nella substantia nigra del cervello. In questo processo, un ruolo chiave è giocato dalla microglia, l'esercito di cellule immunitarie che protegge il sistema nervoso.

Normalmente, la microglia agisce come un servizio di pulizia, eliminando detriti e cellule morte. Tuttavia, lo studio pubblicato su npj Parkinson’s Disease rivela che nel cervello dei pazienti:

La microglia diventa iper-reattiva.

Sulla superficie di queste cellule aumenta drasticamente la densità di particolari recettori chiamati Fc gamma.

L'errore fatale: il neurone sano viene "mangiato"
Il problema risiede proprio nei recettori Fc gamma. In condizioni di malattia, questi sensori identificano erroneamente come "danneggiati" i neuroni che sono in realtà ancora vivi e funzionanti.

Quando il recettore scatta, attiva una proteina chiamata Cdc42, che modifica la forma della microglia permettendole di avvolgere il neurone e letteralmente divorarlo (un processo noto come fagocitosi).

Una nuova speranza: bloccare l'attacco
Il team guidato da Carlos Barcia ha testato due soluzioni su modelli animali e cellulari, ottenendo risultati straordinari:

Immunoterapia: L'uso di anticorpi per bloccare i recettori Fc gamma.

Inibizione farmacologica: L'uso di sostanze per disattivare la proteina Cdc42.

Entrambi gli approcci hanno ridotto drasticamente la perdita di neuroni dopaminergici, proteggendoli anche in presenza di una forte infiammazione. "Questi risultati suggeriscono che l'immunoterapia potrebbe agire come uno scudo, rallentando la progressione della malattia e preservando la funzionalità dei neuroni rimasti", spiega Barcia.

Verso il futuro della terapia
Questa scoperta sposta l'attenzione dalla sola cura dei sintomi alla protezione attiva del cervello. Regolare la "fame" della microglia attraverso farmaci mirati potrebbe diventare la chiave per trasformare il Parkinson da una malattia inarrestabile a una condizione gestibile.


Uno studio dell'Università di Gerusalemme svela come i microbi abbiano riciclato armi virali per creare siringhe molecolari ultra-precise, capaci di colpire persino le cellule umane.

In natura è in corso una corsa agli armamenti microscopica che dura da miliardi di anni. Oggi, una ricerca pubblicata su Nature Communications e guidata dal Prof. Asaf Levy, rivela un colpo di scena evolutivo: i batteri hanno "sequestrato" sistemi di iniezione dai virus, trasformandoli in strumenti sofisticati per attaccare funghi, piante e animali.

eCIS: Le siringhe molecolari "fai-da-te"
Al centro dello studio ci sono i sistemi di iniezione contrattile extracellulare (eCIS). Si tratta di macchine molecolari che somigliano in tutto e per tutto alle code dei batteriofagi (i virus che mangiano i batteri). Mentre i virus le usano per iniettare il proprio DNA, i batteri le hanno trasformate in lanciamissili di tossine.

Per anni, il modo in cui queste macchine riconoscessero i loro bersagli è rimasto un mistero. Il team del Prof. Levy ha sviluppato un algoritmo innovativo che ha permesso di mappare questo arsenale:

3.445 proteine di aggancio identificate.

1.069 specie di batteri e archei analizzate.

1.177 diverse famiglie di domini proteici catalogati.

Evoluzione "sotto steroidi": il riciclo genetico
La scoperta più sorprendente riguarda l'origine di queste armi. I batteri non si sono limitati a copiare i virus, ma hanno letteralmente "campionato" il mondo biologico. Attraverso il trasferimento genico orizzontale, hanno prelevato pezzi di codice genetico da:

Virus e altri batteri

Piante e Funghi

Sistemi immunitari animali

Questi pezzi vengono montati sulla punta della siringa (la "fibra della coda") come se fossero testate intercambiabili. La struttura è composta da una base fissa (l'ancora) e una punta variabile (il recettore), che determina se l'arma colpirà un insetto, un altro microbo o una cellula umana.

Dalla natura al laboratorio: iniettare farmaci nelle cellule umane
Per dimostrare la portata della scoperta, i ricercatori hanno condotto un esperimento "chimerico". Hanno preso un componente di un batterio (Paenibacillus) che somiglia all'emoagglutinina del virus del morbillo e lo hanno montato su una siringa batterica.

Il risultato? La macchina è stata in grado di riconoscere, agganciare e iniettare proteine all'interno di monociti umani (cellule THP-1), ignorando altri tipi cellulari. È stato inoltre identificato il "bersaglio" molecolare: il D-mannosio, uno zucchero presente sulla superficie delle nostre cellule.

"È incredibile osservare come uno strumento virale nato per iniettare DNA nei batteri si sia evoluto in un set di attrezzi capaci di colpire una diversità immensa di ospiti", spiegano i ricercatori.

Una nuova frontiera biotecnologica
Questa mappatura non è solo un successo teorico, ma apre la strada a una medicina di precisione senza precedenti. In futuro, queste "siringhe naturali" potrebbero essere programmate per:

Consegnare farmaci direttamente all'interno di cellule cancerose.

Introdurre enzimi riparatori in tessuti specifici.

Creare nuovi trattamenti antibatterici che non danneggino il microbioma sano.


Un team di ricercatori del Centro Nazionale Spagnolo per la Ricerca sul Cancro (CNIO), guidato dall'oncologo di fama mondiale Mariano Barbacid, ha raggiunto un traguardo storico: la completa eliminazione dell'adenocarcinoma duttale pancreatico (Pdac) nei topi. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS, segna un cambio di passo fondamentale nella lotta contro il tumore al pancreas, noto per la sua estrema aggressività.


Un'importante ricerca internazionale, guidata dalle Università di Verona e Milano e pubblicata sulla prestigiosa rivista Immunity, ha svelato un paradosso terapeutico: le stesse cellule che aiutano i tumori a crescere possono essere la chiave per curare le paralisi causate da lesioni del sistema nervoso.

Il paradosso dei Macrofagi TAM
I macrofagi sono le sentinelle del nostro sistema immunitario. Tuttavia, nei tumori, queste cellule vengono spesso "corrotte" dall'ambiente circostante e si trasformano in TAM (Tumor-Associated Macrophages). In questo stato, invece di combattere il cancro, lo aiutano a diffondersi, stimolando la crescita di nuovi nervi all'interno della massa tumorale per renderla più aggressiva.

Una sepoltura di 12.000 anni fa, rinvenuta in Calabria, è diventata il fulcro di una ricerca rivoluzionaria pubblicata sul New England Journal of Medicine.

Grazie alla paleogenomica, gli scienziati hanno risolto un enigma medico preistorico, trasformando un’antica sepoltura in un vero e proprio caso di "genetica clinica" d'altri tempi.


Una coalizione internazionale di ricercatori, con un importante contributo italiano (Cnr-Ispaam, Università di Tor Vergata e IRCCS Neuromed), ha individuato in un particolare abitante del nostro intestino, il Dysosmobacter welbionis, un potenziale alleato rivoluzionario contro le malattie del metabolismo.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Gut, rivela che questo batterio possiede una capacità unica: converte il mio-inositolo (una sostanza presente in legumi, cereali e frutta) in acido butirrico, una molecola fondamentale per proteggere il fegato e regolare il metabolismo.

 

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