Una nuova ricerca condotta negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna e in Italia all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesu', getta luce sulla genetica alla base di una malattia renale debilitante nei bambini, la sindrome nefrosica. I risultati, pubblicati nell'ultimo numero del Journal of American Society of Nephrology (Jasn), la piu' autorevole rivista del settore, potrebbero portare a nuove diagnosi e, quindi, a nuovi trattamenti. Cosi' in un comunicato l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesu' - IRCCS.
"L'analisi del Dna di pazienti pediatrici raccolti in due continenti- spiega la dottoressa Marina Vivarelli, dell'unita' operativa Nefrologia e dialisi dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesu' che ha partecipato allo studio- ha permesso di individuare alcuni fattori di predisposizione genetica di una malattia renale, la sindrome nefrosica cortico-sensibile del bambino. Di questa malattia molto eterogenea, che curiamo con il cortisone e a volte con altri farmaci che abbassano le difese immunitarie, oggi comprendiamo poco le cause".

 

La proteina APOA-1Milano, conosciuta per la sua azione protettiva contro l’aterosclerosi, è più efficace se somministrata tramite via orale in un “latte di riso terapeutico”, in quanto consente di ottenere un effetto terapeutico anche a concentrazioni molto basse. Questo perché le piante di riso geneticamente modificate possono essere utilizzate come bioreattori, ovvero come sintetizzatori o produttori di farmaco nel veicolo di somministrazione, il latte di riso, sicuro e non tossico. Inoltre, l’APOA-1Milano mantiene le sue proprietà protettive e anti-infiammatorie non solo nel sistema vascolare (arterie come aorta, coronarie e carotidi), ma anche in altri distretti dell’organismo come il fegato.

A rivelarlo è lo studio “APOA-1Milano muteins, orally delivered via genetically modified rice, show anti-atherogenic and anti-inflammatory properties in vitro and in Apoe−/− atherosclerotic mice” (Doi: 10.1016/j.ijcard.2018.04.029), condotto da un gruppo di ricerca del Dipartimento di Medicina e chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca coordinato da Roberto Giovannoni, ricercatore di Patologia generale e immunologia, e appena pubblicato sulla rivista International Journal of Cardiology. I risultati sono stati inoltre presentati ieri al XVIII International Symposium on Artheriosclerosis di Toronto.

Nonostante l’alto potenziale terapeutico dell’APOA-1Milano, nessuno dei  farmaci sviluppati in passato e basati su questa proteina è mai arrivato a disposizione dei pazienti a causa della bassa efficienza dei processi di purificazione della stessa. L’azienda biotecnologica svizzera GRG Gene Technology SA ha identificato e brevettato un sistema di sintesi e somministrazione della proteina tramite piante di riso geneticamente modificate e ha incaricato l’equipe di Giovannoni di valutarne il potenziale terapeutico.

 


Uno studio indipendente, finanziato dall’AIFA e coordinato dai ricercatori del Dipartimento di Medicina clinica della Sapienza, in collaborazione con le università di Bologna e Padova, ha dimostrato l’efficacia di una terapia innovativa basata sull’utilizzo di albumina umana. I risultati sono pubblicati sulla rivista The Lancet
Uno studio, coordinato dai ricercatori del Dipartimento di Medicina clinica della Sapienza in collaborazione con le università di Bologna e Padova, ha dimostrato l’efficacia di una terapia innovativa basata sull’utilizzo di albumina umana su pazienti con cirrosi epatica scompensata. La ricerca è pubblicato sulla rivista internazionale The Lancet.

Il team di ricercatori ha condotto per 10 anni uno studio controllato randomizzato in 33 centri epatologici italiani su 431 pazienti affetti da cirrosi epatica in fase di scompenso ascitico.
Il gruppo di pazienti di controllo ha continuato il trattamento con terapia diuretica standard, mentre, per il gruppo sperimentale, la terapia standard è stata incrementata con una infusione endovenosa settimanale di 40 grammi di albumina umana. Lo studio si proponeva di determinare se la somministrazione a lungo termine di albumina fosse in grado di influenzare il trattamento dell’ascite, l’incidenza di complicanze e la mortalità di pazienti affetti da cirrosi scompensata.
Nel gruppo trattato con albumina è stata osservata una riduzione del rischio di mortalità a 18 mesi di circa il 40% (HR= 0.62; C.I.=0.40-0.95), oltre a una riduzione significativa dei problemi fisiologici legati all’ascite (la principale complicanza legata alla cirrosi), come la refrattarietà, l’insufficienza renale e l’encefalopatia epatica grave.

Il prodotto, sviluppato all’Università di Pisa, è a lievitazione naturale, ricco di antiossidanti e a prolungata conservabilità

Un pane viola a lievitazione naturale, con tre “super ingredienti” che lo rendono un prodotto in grado di coniugare gli elementi dell’innovazione e quelli della tradizione: è nato “Well-Bred”, il pane dal caratteristico colore dato dalle patate viola, ricco di antiossidanti, a prolungata conservabilità e adatto a consumatori con esigenze particolari (intolleranti al glutine, vegani, ipertesi, ecc.). Il prodotto è il frutto degli studi del gruppo di Tecnologie alimentari, in collaborazione con alcuni ricercatori di Biochimica Agraria dell’Università di Pisa, in particolare della laureanda Anna Valentina Luparelli e della dottoranda Isabella Taglieri, coordinate dalla loro professoressa Angela Zinnai. Il pane viola è stato uno dei progetti che ha partecipato alla finale del PhD+, il corso dell’Università di Pisa che insegna a pensare innovativo e a trasformare le idee in impresa. 
«“Well-Bred” rappresenta un prodotto in grado di sintetizzare una serie di aspetti positivi per un alimento, quali l’elevato valore nutraceutico, le migliorate caratteristiche tecnologiche e sensoriali, nonché la maggiore sostenibilità ambientale – spiegano le ricercatrici - Il prodotto può rappresentare un modello per l’intero comparto dei prodotti da forno, che prevedrebbe la rivisitazione delle ricette sia di merende o snack, per uno spuntino nutrizionalmente bilanciato, sia di quei dolci che fanno parte a pieno titolo della grande tradizione dolciaria italiana (panettone, pandoro, colomba, schiacciata pasquale, ecc.). Abbiamo scelto il nome “Well-Bred” (cresciuto bene), giocando sull’assonanza con il termine bread (pane), per valorizzare allo stesso tempo le sue caratteristiche altamente salutari».

 
 
Il tabacco e' la principale causa di morte in tutto il mondo. Nel 2016, il consumo di tabacco ha causato oltre 7,1 milioni di morti per lo piu' legati a malattie polmonari e cardiache, cancro e ictus. Si e' celebrato lo scorso 31 maggio la Giornata mondiale senza tabacco (World No Tobacco Day). Il Forum delle Societa' Respiratorie Internazionali (Firs) ha lanciato, in occasione del 'World No Tobacco Day', un nuovo documento pubblicato sull'European Respiratory Journal, giornale ufficiale dell'European Respiratory Society (Ers), contenente le raccomandazioni per evitare e ridurre l'uso delle sigarette elettroniche nei giovani. Contrariamente alle affermazioni divulgate soprattutto tra i piu' giovani, gli aerosol di sigarette elettroniche non sono semplicemente 'innocui vapor d'acqua' come da piu' parti sostenuto. Potrebbe essere necessario un lungo tempo di osservazione per determinare nel prossimo futuro nei giovani adulti l'entita' del carico sanitario derivante dall'uso precoce e continuativo delle sigarette elettroniche.

Il Forum of International Respiratory Societies raccomanda infatti: 1. Per proteggere i giovani, i sistemi elettronici di somministrazione di nicotina dovrebbero essere considerati prodotti del tabacco e regolati come tali. Il potere di dipendenza della nicotina e dei suoi effetti avversi nei giovani non dovrebbe essere sottovalutato. Tutte le forme di promozione devono essere regolate.

 

 

La ricerca tutta italiana e finanziata con fondi statunitensi è stata sviluppata dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Rovereto e dall’Università di Pisa

Un innovativo approccio di ricerca sviluppato all’Istituto Italiano di Tecnologia di Rovereto e dall’Università di Pisa potrà aiutare a capire come alterazioni genetiche compromettono la regolare funzione del cervello, aprendo nuove frontiere nella comprensione delle cause dei disturbi dello spettro autistico. 
Lo studio, pubblicato sulla rivista Brain, è stato condotto dal team di ricercatori guidato da Alessandro Gozzi dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Rovereto e dal professore Massimo Pasqualetti del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa in collaborazione con cinque altri gruppi di ricerca distribuiti sul territorio nazionale. La ricerca, interamente italiana, è stata finanziata dalla fondazione statunitense Simons Foundation for Autism Research Initiative (www.sfari.org), un ente che seleziona e premia le ricerche più innovative nel campo dell’autismo a livello mondiale.


“Sebbene sia noto che l’autismo sia altamente ereditario, - spiega Alessandro Gozzi, coordinatore del team di ricerca e ricercatore all’IIT - il ruolo che i geni hanno nel determinare questa sindrome non è ancora chiaro. Questo studio rappresenta un’importante dimostrazione di come specifiche alterazioni del DNA possano compromettere le connessioni cerebrali e la regolare funzione del cervello, causando una delle forme più diffuse di autismo.” 
Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, una tecnica di neuroimmagine totalmente non invasiva che permette di ricostruire digitalmente il cervello dei pazienti in tre dimensioni, i ricercatori IIT hanno analizzato le scansioni cerebrali di 30 bambini affetti da disturbi dello spettro autistico, tutti portatori della stessa mutazione genetica conosciuta con il termine scientifico di “delezione 16p11.2”. L’analisi di questi segnali ha permesso di scoprire che la corteccia prefrontale nei bambini portatori della mutazione oggetto di studio, rimane isolata e non riesce a comunicare efficacemente con il resto del cervello, generando sintomi specifici dell’autismo, come un ridotto interesse ad instaurare relazioni sociali e problemi nella comunicazione.

 


Il cervello delle donne è più bravo a riconoscere il linguaggio del corpo. Anche senza vedere le espressioni facciali. Lo studio, pubblicato sulla rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience, intitolato “How face blurring affects body language processing of static gestures in women and men” (10.1093/scan/nsy033), potrebbe contribuire a spiegare la minore incidenza dell’autismo tra le donne (il rapporto con la popolazione maschile è di 1:4/5). I ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, coordinati da Alice Mado Proverbio, docente di Neuroscienze cognitive dei processi sociali ed affettivi, hanno analizzato come una codifica insufficiente del volto interferisca nella comprensione della gestualità e hanno dimostrato che le donne sono più resistenti alla mancanza di informazioni sul viso e comprendono meglio il linguaggio del corpo.

I ricercatori del Bicocca ERPlab hanno mostrato 800 fotografie ritraenti 6 diversi attori e attrici nell’atto di comunicare attraverso gesti simbolici familiari di vario tipo: deittici (l’indicazione di una direzione), iconici (il dito picchia sul polso opposto ad indicare che il tempo passa su un orologio immaginario) o emblematici (indice e medio formano una V a indicare ‘pace’). In metà delle foto l’espressione facciale dell’attore era stata oscurata (Foto 1).

Nascondendo le immagini delle informazioni facciali, i ricercatori hanno simulato la mancanza di input che si osserva in pazienti con disturbo dello spettro autistico (ASD), che tipicamente evitano di fissare gli occhi e di guardare in faccia le persone, probabilmente per evitare di sovreccitare l’amigdala (il centro della paura). L’esperimento consisteva nello stabilire se l’immagine mostrata era correttamente associata al significato del gesto (ad esempio “Brrr, che freddo!” nella foto n°1): metà delle volte non lo era (foto n°2).

 Al Fatebenefratelli all'Isola Tiberina e' operativo il nuovissimo acceleratore lineare per la Radioterapia "TrueBeam Varian", un macchinario di altissima precisione e velocita', che consentira' di ridurre notevolmente il tempo di esposizione alle radiazioni. Si passera' infatti dai 15-20 minuti attuali a 1 o 2, permettendo cosi' di effettuare anche trattamenti complessi in un massimo di 15 minuti contro i 30 attuali, migliorando drasticamente non solo il comfort del paziente, ma anche la sicurezza e l'accuratezza del trattamento. Insieme al macchinario "gemello", che arrivera' in Reparto ai primi di agosto, si potranno trattare a dovere e con estrema precisione oltre 80 pazienti al giorno, permettendo cosi' all'Unita' di Radioterapia del Fatebenefratelli all'Isola Tiberina di non avere liste di attesa e aprirsi alle necessita' di cura di tutto il Lazio. Inoltre, una navetta gratuita colleghera' a breve l'Ospedale con le stazioni FS e della Metro B di Piazzale Ostiense. Il nuovo acceleratore- appena giunto in Ospedale- e' il piu' completo fra tutti quelli presenti nelle altre strutture di Roma. Permettera' trattamenti di radiochirurgia, radioterapia guidata da immagini, trattamenti con controllo della respirazione. Grazie ad una Tac "on board" e' possibile verificare al millimetro la corretta posizione del paziente, visualizzare la neoplasia e colpire il bersaglio in maniera ancora piu' mirata, permettendo cosi' di preservare gli organi circostanti e di aumentare la percentuale di successo dei trattamenti.


Da un'indagine attuata negli ultimi cinque anni scolastici su 12.685 studenti emergono importanti limiti nelle conoscenze sulle modalita' di trasmissione del virus e di protezione individuale soprattutto negli istituti tecnici e nelle scuole professionali. Persiste, per quanto in calo (nei maschi dall'11 al 5.5% in cinque anni) una significativa percentuale di studenti che dichiarano di non aver mai sentito parlare di Hiv/Aids. Significativamente piu' a rischio di non disporre di alcuna informazione sono i ragazzi con uno o entrambi i genitori stranieri. Scuola e televisione, ma molto meno famiglia, internet o amici identificati come fonti di informazione. In incremento da un anno all'altro le conoscenze nelle scuole oggetto di interventi ripetuti, probabile effetto di un 'contagio positivo delle informazioni' attraverso un'educazione tra pari. In calo l'autostima, soprattutto tra le ragazze.

I LICEALI UN PO' MEGLIO, IN DIFFICOLTA' I FIGLI DI GENITORI STRANIERI

Un'indagine promossa dall'Associazione Nazionale per la Lotta contro l'Aids (Anlaids) ha permesso di analizzare 12685 questionari anonimi somministrati prima di un intervento formativo in 67 Istituti Scolastici pubblici in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna (39% licei, 54% istituti tecnici, 7% istituti professionali), prevalentemente concentrati nelle aree metropolitane di Milano e di Roma. In 30 Istituti e' stato possibile disporre di dati riguardanti interventi effettuati consecutivamente sulle classi terze di anni successivi. L'eta' media dei ragazzi che hanno compilato il questionario era di 17 anni; 6473 (51%) erano di sesso femminile. I ragazzi che dichiaravano di non aver mai sentito parlare di Hiv/Aids prima dell'intervento in corso raggiungeva l'8% (l'11% nei maschi) nel 2013-2014, per poi scendere significativamente negli anni successivi (3,1% nelle femmine e 5,5% nei maschi nel 2017-2018). IGNORANZA, DISINFORMAZIONE, SCARSA COMUNICAZIONE NELLA SCUOLA MULTICULTURALE - Tra i fattori di rischio indipendentemente associati alla totale ignoranza del problema il sesso maschile, l'essere studenti di scuole professionali o di istituti tecnici rispetto ai liceali, avere uno o entrambi i genitori stranieri. "In una scuola che accoglie sempre piu' ragazzi provenienti da altre culture, anche gli interventi di prevenzione e di educazione alla salute devono tenere conto dei diversi percorsi individuali dei ragazzi- commenta il Professor Massimo Galli, Presidente Simit, che e' responsabile scientifico del Progetto Scuola di Anlaids fin dalla sua costituzione- Non deve poi stupire che il diradarsi degli interventi di prevenzione negli ultimi anni abbia generato sacche di totale non conoscenza del problema, specie nelle fasce piu' svantaggiate degli studenti. Va poi ricordato che l'indagine e' stata attuata prevalentemente in scuole di aree metropolitane e in cui spesso gli interventi formativi sono stati ripetuti per piu' anni consecutivi, facilitando la comunicazione tra pari. È quindi possibile che la totale ignoranza del problema tra i ragazzi sia fenomeno anche piu' diffuso di quanto emerga da questi dati". Come fonte di informazione su Hiv/Aids, la scuola viene citata dal 67,5% dei ragazzi. La televisione e' al secondo posto (62,7%), la famiglia solo al terzo (indicata solo dal 37%). Al quarto posto viene internet (34,8%), seguita dai giornali (22,1%). Gli amici sono solo all'ultimo posto (15,6%) con un trend decrescente nel tempo. Scuola ed internet vengono riconosciute come fonte d'informazione con un trend crescente nel tempo. Non cosi' la famiglia, che pero' e' considerata come fonte d'informazione piu' dalle femmine che dai maschi, mentre i maschi fanno riferimento ad amici, giornali e internet piu' delle femmine. "L'impressione- commenta il prof Galli- e' che i ragazzi considerino l'argomento come un tema scolastico, estraneo al loro vissuto e tale da meritare un approfondimento in internet o un confronto con gli amici solo per una minoranza. Il dato ribalta completamente i risultati ottenuti in un campione analogo in Milano negli anni tra il '98-'99 e il 2000-2001, in cui gli amici e in minor misura la famiglia occupavano i primi posti come fonti d'informazione e ambiti di confronto. La caduta di attenzione rispetto al problema emerge soprattutto sul dato riferito alla famiglia, che e' costante negli ultimi anni".


La scoperta di un team di etologi delle Università di Pisa e Parma e del CNRS francese pubblicata sulla rivista “Evolution and Human Behavior”


L’assistenza al parto, come evento sociale tutto al femminile, non è una caratteristica esclusiva degli umani come sinora ritenuto, ma un comportamento che condividiamo con i bonobo, una specie “cugina” molto vicina a noi dal punto di vista evolutivo. La scoperta arriva da una ricerca pubblicata sulla rivista americana “Evolution and Human Behavior” e condotta da Elisabetta Palagi dell’Università di Pisa, Elisa Demuru dell’Università di Parma e Pier Francesco Ferrari del CNRS francese.
Le studio etologico è stato realizzato presso il Parco Primati Apenheul nei Paesi Bassi e La Vallée des Singes in Francia dove i ricercatori sono riusciti a filmare tre nascite nel bonobo fin dalle prime fasi del travaglio, un’opportunità eccezionale che ha permesso di documentare non solo il comportamento della mamma, ma anche quello dell’intero gruppo sociale. Mai prima d’ora i comportamenti legati al parto in una grande scimmia erano stati descritti e analizzati in modo così dettagliato.
“Durante il parto di una loro compagna, le femmine di bonobo le si stringono intorno e mettono in atto comportamenti per proteggerla e supportarla in un momento di massima vulnerabilità, fino ad arrivare ad aiutare la partoriente a sorreggere il piccolo durante la fase espulsiva – spiega Elisabetta Palagi – Inoltre, gli scambi di espressioni facciali, vocalizzazioni e gesti raccontano una storia di intensa partecipazione emotiva che i ricercatori non hanno mai registrato in altre situazioni”.

 

Scienzaonline con sottotitolo Sciencenew  - Periodico
Autorizzazioni del Tribunale di Roma – diffusioni:
telematica quotidiana 229/2006 del 08/06/2006
mensile per mezzo stampa 293/2003 del 07/07/2003
Scienceonline, Autorizzazione del Tribunale di Roma 228/2006 del 29/05/06
Pubblicato a Roma – Via A. De Viti de Marco, 50 – Direttore Responsabile Guido Donati

Photo Gallery