Stimolando l’occhio con una impercettibile corrente si possono ottenere miglioramenti visivi

Policlinico Gemelli 03 Mag 2019
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Lo rivela una ricerca condotta da ricercatori e medici dell’Università Cattolica – sede di Roma e Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS pubblicata sulla rivista scientifica “Brain Stimulation”. Coinvolti finora circa quaranta pazienti ipovedenti. Con una piccola stimolazione elettrica diretta dall’esterno, in modo assolutamente non invasivo, a retina e nervo ottico si possono ottenere dei miglioramenti visivi nei casi di ipovisione più o meno grave. È quanto hanno dimostrato ricercatori e medici dell’Università Cattolica – sede di Roma e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. È il risultato di uno studio su circa quaranta pazienti condotto dal dottor Giuseppe Granata, neurologo presso il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e coordinato dal professor Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area di Neuroscienze del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e Ordinario di Neurologia all’Università Cattolica - sede di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica “Brain Stimulation”. Gli esperti si sono avvalsi della ‘stimolazione elettrica transcranica’, una tecnica già in uso clinico per malattie quali la depressione maggiore. “Si tratta - spiega il neurologo del Gemelli Granata - di una stimolazione elettrica non invasiva con corrente alternata che si applica vicino agli occhi mediante degli elettrodi a coppetta che il paziente percepisce al massimo come un piccolo formicolio o una leggerissima scossa elettrica”. “Secondo studi recenti - continua Granata - la stimolazione sarebbe in grado di eccitare la retina e in parte anche il nervo ottico”. “Noi l'abbiamo testato su pazienti ipovedenti di varia gravità (da marcata riduzione del campo visivo alla cecità praticamente completa), colpiti sia da lesioni retiniche che del nervo ottico e cerebrali – aggiunge Granata – coinvolgendo a oggi circa quaranta pazienti”.
Si è visto che un ciclo di stimolazioni effettuate per due settimane (cinque giorni su sette) per 20 minuti al giorno può generare in una quota consistente di pazienti ipovedenti, un miglioramento della funzione visiva residua. Nello studio pubblicato su “Brain Stimulation”, con il prezioso supporto del professor Benedetto Falsini, docente di Oftalmologia all’Università Cattolica sede di Roma, è stato dimostrato che in un gruppo di questi pazienti ipovedenti dopo ciascun ciclo di stimolazione vi è miglioramento oggettivo dell’ampiezza dei potenziali evocati visivi, ovvero della risposta cerebrale a stimoli luminosi. “Molti dei pazienti trattati hanno riferito anche dei miglioramenti soggettivi più o meno significativi - continua il dottor Granata -. I miglioramenti ottenuti in genere perdurano nel tempo anche se non è noto quanto a lungo (in media almeno un paio di mesi)”. “Al momento - conclude il dottor Granata - dato che la prestazione non può essere effettuata attraverso il Servizio Sanitario Nazionale stiamo creando un percorso per effettuarla in attività privata presso il Policlinico Gemelli”.
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