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Lunedì, 07 Maggio 2018
 
 
Montreal researchers experimentally block the spread of a type of breast cancer.

Jean-François Côté, a researcher at the Montreal Clinical Research Institute (IRCM) and professor at Université de Montréal’s Faculty of Medicine, studies metastasis, the leading cause of cancer-related death. Recently, his team uncovered a protein that, once deactivated, could prevent the development of metastases in an aggressive type of cancer, HER2-positive breast cancer. One in eight women will be diagnosed with breast cancer in her lifetime and one in 30 is expected to die from it. The findings, published in the journal Cell Reports, could improve this prognosis.

'Cunning' cells
A cancerous tumour develops when cells proliferate at an abnormally high rate and agglomerate in healthy tissue. Some of these cells are even more cunning. “Sometimes, cancer cells manage to leave the tumour to spread in the body, which complicates the evolution of the disease,” said Côté, director of the IRCM's Cytoskeletal Organization and Cell Migration Research Unit.

These cells move more easily than most of their peers. They detach from the tumour, enter the bloodstream and reach other organs, for example the lungs, bones or the brain. Called 'metastatic cells,' they are more difficult to destroy as they spread to other parts of the body and are more resistant to current treatments; 90 per cent of breast-cancer deaths are caused by metastases. Hence, one priority in oncology is to prevent tumour cells from spreading because it has the potential of saving many lives.
Pubblicato in Scienceonline


Il risultato dello studio, coordinato dai ricercatori dell’Istituto di Anatomia Umana e Biologia cellulare della sede di Roma dell’Università Cattolica, in collaborazione con l’UOC di Neurochirurgia Infantile della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, apre la strada al disegno di nuovi test diagnostici più specifici per le craniosinostosi, malformazioni congenite del cranio causate dalla prematura ossificazione delle suture.
Si chiama BBS9 il gene coinvolto nel processo di craniosinostosi, malformazione congenita, diagnosticata alla nascita o nei mesi immediatamente successivi, legata alla prematura ossificazione e chiusura delle suture, che sono regioni elastiche nel cranio del neonato. La scoperta, di recente pubblicata sulla rivista scientifica “Bone”, è frutto dell’attività di ricerca, coordinata dalla dottoressa Wanda Lattanzi, ricercatrice dell’Istituto di Anatomia Umana e Biologia Cellulare della sede di Roma dell’Università Cattolica, diretto dalla professoressa Ornella Parolini, in collaborazione con l’Istituto di Anatomia Umana e Biologia Cellulare e della sede di Roma dell’Università Cattolica e l’Unità Operativa Complessa di Neurochirurgia Infantile della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. La craniosinostosi ha una prevalenza di 1 caso ogni 2000-2500 nati vivi; in Italia si stimano circa 180 nuovi casi all’anno, di cui circa 100 sarebbero casi di “craniosinostosi non sindromica”, che sono le forme studiate dal gruppo di ricerca. Lo studio, ha coinvolto 16 pazienti, fra gli oltre 400 reclutati presso questo centro, dovevengono trattati chirurgicamente in media 50-70 pazienti all’anno affetti da craniosinostosi, cioè oltre il 50% dell’intera casistica italiana.

Pubblicato in Medicina

 

Un gruppo di ricerca della Sapienza ha individuato nell’olio extravergine di oliva il componente responsabile della riduzione dei livelli di glucosio nel sangue post-prandiale. Lo studio, pubblicato su British Journal Clinical Pharmacology, apre nuove strade alla lotta contro il diabete

Eat well, stay well. Questo il manifesto della dieta mediterranea, il modello nutrizionale che ha ricevuto l’onorificenza di "patrimonio orale e immateriale dell’umanità" per le ricadute positive che ha sulla salute. A oggi sempre più studi vanno nella direzione di verificare come alcune componenti alimentari siano in grado di prevenire determinate patologie e aumentare la qualità e la durata della vita.

In un precedente studio il gruppo guidato da Francesco Violi del Dipartimento di Medicina interna e specialità mediche della Sapienza, ha dimostrato che l’assunzione di 10 g. di olio extravergine di oliva durante i pasti era in grado di ridurre di 20 mg la glicemia post-prandiale. Dalla ricerca era emerso che l’extravergine di oliva si comporta come un antidiabetico con un meccanismo simile ai farmaci di nuova generazione, cioè le incretine (ormoni naturali prodotti a livello gastrointestinale che riducono il livello della glicemia nel sangue). L’assunzione di olio extravergine di oliva si associa, infatti, a un aumento nel sangue delle incretine.

Pubblicato in Medicina

 

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