Conferenza di Durban In evidenza

Fabrizio Giangrande 17 Giu 2012
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“Abbiamo raggiunto un accordo storico”. Si è espressa in questi termini Maite Nkoana-Mashabane, Ministro degli Esteri Sudafricano e Presidente della Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (COP 17) che ha concluso i propri lavori con la firma di un accordo al termine di due settimane di estenuanti trattative nella città di Durban.

Come spesso accade in questi casi però, risultano essere assai discordanti i giudizi  relativi ai  risultati raggiunti.

L'entusiasmo dei giudizi dei rappresentanti politici presenti a Durban, tra cui quello del Ministro Italiano dell'Ambiente Corrado Clini che intravede nell'accordo raggiunto “una speranza concreta per la stabilità del clima e per la nostra economia...” e del Ministro inglese dell'Energia Chris Huhne che definisce il risultato come “un grande successo della diplomazia europea...”, è stato ridimensionato dalle  valutazioni espresse dai rappresentanti delle diverse organizzazioni ambientaliste.

 

 

Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, denuncia la presenza nel testo finale dell'accordo di una clausola, voluta dagli Stati Uniti, che garantisce agli Stati di limitare gli effetti giuridici vincolanti dei futuri accordi sul clima. In questo modo, continua Naidoo “... il regime climatico globale ammonta a niente più che un accordo volontario”.

Non difforme è il giudizio rispetto all'accordo raggiunto dai 190 paesi riuniti a Durban espresso da Mariagrazia Midulla, responsabile Policy Clima ed Energia del WWF Italia che ha dichiarato: “I Governi hanno fatto il minimo indispensabile per portare avanti i negoziati, ma il loro compito è proteggere la loro gente. E in questo, qui a Durban, hanno fallito. La scienza ci dice che dobbiamo agire subito, perché gli eventi meteorologici estremi, la siccità e le ondate di caldo causate dal cambiamento climatico peggioreranno”. Infine, secondoVittorio Cocliati Dezza, Presidente di Legambiente, a Durban nulla si è deciso relativamente al finanziamento del “Fondo verde per il Clima” che, ideato con la conferenza sul Clima di Copenaghen, era stato confermato in quella di Cancun.

Passando alla considerazione degli accordi siglati è possibile affermare che i risultati di maggior rilievo raggiunti durante il COP 17 di Durban possono essere espressi sinteticamente  in cinque passaggi.

Primo. Viene data attuazione al cosiddetto “Kyoto 2”, ossia una fase di transizione dal 2013, anno in cui cessano gli effetti della prima fase del Protocollo di Kyoto, fino al 2017 o oltre, come fase “ponte” fino al raggiungimento di un accordo globale.

Secondo. E' affidato ad un gruppo di lavoro dal 2012  la preparazione dei negoziati per la firma di un nuovo trattato globale operativo dal 2020. Tale accordo prevederà forma giuridica vincolante attraverso tre possibili opzioni legali: un nuovo protocollo, un concordato o un diverso strumento giuridico.

Terzo. Decisione di avviare un piano di lavoro per elevare i livelli di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020 con l'obiettivo di mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi.

Quarto. Vengono promosse nuove disposizioni per rendere le azioni intraprese dai Paesi in via di sviluppo più trasparenti.

Quinto. E' stata definita l'istituzione di un Fondo Verde per il clima di 100 miliardi di dollari entro il 2020 in favore dei Paesi più poveri.

Alla luce dell'elencazione sintetica di tali punti che rappresentano i cardini dell'accordo siglato a Durban in seno alle Nazioni Unite è possibile comunque compiere alcune considerazioni.

Risulta assai positivo che per la prima volta la Nazioni Unite si rendano finalmente conto che intese, dichiarazioni di intenti ed impegni formali non sono più sufficienti per scongiurare un collasso della Terra. Come è avvenuto per differenti campagne internazionali finalizzate all'affermazione di nuovi diritti, dopo una fase prodromica di sensibilizzazione e di maturazione di una coscienza comune, è ormai giunto il momento di prendere in esame misure giuridiche sostanziali e vincolanti per le Parti. E da questo punto di vista la Conferenza di Durban, se non adotta direttamente misure giuridiche, per lo meno rilancia tale impegno ad un futuro prossimo, al termine di una fase di concertazione.

Poi, merita di essere giudicata in maniera quanto mai positiva “l'operazione trasparenza” che si è deciso di attivare nei Paesi in via di sviluppo. Risulta infatti un passaggio decisivo il corretto funzionamento dell'informazione, sia a livello istituzionale per un controllo reale dell'avanzamento dei risultati, sia a livello mediatico per favorire internamente ai Paesi una presa di coscienza da parte delle società civili e conseguentemente un maggior coinvolgimento ed attivismo da parte della società civile.

E positivamente deve essere considerato il maggiore coinvolgimento da parte della Cina al quale si è giunti grazie anche alle pressioni della diplomazia europea.

Parlare di clima, ambiente e sviluppo del Pianeta nonostante l'astensione del Paese più grande avrebbe devoluto gran parte della efficacia dell'accordo stesso.

Ma se non mancano i motivi di speranza per i risultati raggiunti a Durban, dall'altra parte persistono i motivi di frustrazione per ciò che non si è stati in grado di raggiungere. In particolare relativamente a due punti.

Il primo rispetto alla mancata estensione degli impegni raggiunti a Copenaghen 2009 e Cancun 2010 rispetto alla riduzione dei gas serra. Una ulteriore riduzione sarebbe sembrata quantomeno auspicabile in conformità con il continuo peggioramento dei dati sulle prospettive di riscaldamento della temperatura terrestre.

Ed inoltre, relativamente al Fondo Verde non è emersa con chiarezza quale sarà la fonte di tale finanziamento. Ciò lascia spazio a differenti formule interpretative che non potranno non essere motivo di contrasto.

Se quindi come sembra è lecito leggere i risultati di Durban con giudizi differenti, appare chiaro che, ancora una volta, si potrà considerarne a pieno i successi solo con il passare del tempo per capire se ad avere la meglio saranno gli interessi della crescita produttiva o quelli della tutela ambientale. Due fattori questi ultimi che, grazie ai traguardi tecnologici raggiunti ed alla luce della diffusa crisi economica, finanziaria ed occupazionale, dovrebbero essere oggetto di una attenta riflessione sviluppata intorno al concetto di sostenibilità che ne esalti le possibili sinergie e che  sia finalizzata a conciliarli fino a renderli due facce della stessa medaglia.

 

Fabrizio Giangrande

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Ultima modifica il Lunedì, 18 Giugno 2012 15:23
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