Ambiente

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Uno studio dei ricercatori UniTo ha svelato l’interazione multisensoriale dei pinguini africani, aprendo nuove strade per la conservazione di questa specie a rischio estinzione
Oggi, mercoledì 13 ottobre, sulla rivista scientifica Proceeding of the Royal Society B, è stato pubblicato uno studio dei ricercatori dell’Università di Torino, dal titolo "Cross-modal individual recognition in the African penguin and the effect of partnership", che mostra come i pinguini africani riconoscano i loro compagni di colonia attraverso i sensi. Gli autori della ricerca, Dott. Luigi Baciadonna, Dott. Cwyn Solvi, Sara La Cava, Dott.ssa Cristina Pilenga, Prof. Marco Gamba e Dott. Livio Favaro, hanno scoperto che la capacità di riconoscere i propri simili utilizzando diversi sensi, caratteristica tipica dell’essere umano, è presente anche in questa specie di volatili a rischio estinzione.

 Il cervello umano è in grado di memorizzare le informazioni in modo tale che possano essere recuperate da diversi sensi. Questa integrazione multisensoriale ci permette di formare immagini mentali del mondo ed è alla base della nostra consapevolezza cosciente e della nostra comunicazione sociale, fondamentale per l’interazione con i nostri simili. Le stesse modalità di interazione sono state osservate nei comportamenti dei pinguini africani.

 


La scoperta di pollini di vite negli strati archeologici più antichi conferma che alle Colombare di Villa, Negrar di Valpolicella (VR), si consumava l’uva già 6.300 anni fa. I risultati sono frutto della ricerca di un team internazionale coordinato dall’Università degli Studi di Milano.

L'uva più antica della Valpolicella ha 6.300 anni e proviene dal sito preistorico delle Colombare di Villa, Negrar di Valpolicella (VR), abitato tra il Neolitico e l’età del bronzo. Questi i risultati più significativi tra quelli emersi dalle campagne di scavo condotte dal Dipartimento di beni culturali e ambientali dell’Università degli Studi di Milano, in accordo e collaborazione con la Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, svoltesi sotto la direzione scientifica di Umberto Tecchiati, professore di Preistoria ed Ecologia preistorica all'ateneo milanese. La ricerca, iniziata nel 2019 e giunta ormai al suo terzo anno, si svolge con il supporto del Comune di Negrar di Valpolicella ed è stata possibile grazie alla campagna di campionamenti organizzata e finanziata, nell’autunno del 2020, dalla Soprintendenza di Verona nel sito di Colombare di Villa.



Mezzo milione di persone senza neanche un metro di piste ciclabili, oltre 2 milioni di cittadini senza servizi adeguati di mobilità condivisa e una popolazione di 1,7 milioni di cittadini non adeguatamente serviti da bus, tram, treni e metro. È il quadro desolante che emerge dal nuovo studio “L’insostenibile mobilità di Roma” pubblicato oggi da Greenpeace Italia, alla vigilia del ballottaggio che vedrà sfidarsi i candidati Gualtieri e Michetti. La ricerca batte a tappeto le 155 “zone urbanistiche” della Capitale evidenziando le criticità del sistema cittadino di mobilità e propone alla futura amministrazione dieci punti su cui è prioritario intervenire.

Lo studio di Greenpeace analizza 18 variabili riconducibili a quattro indicatori: trasporto pubblico locale, mobilità dolce, mobilità condivisa, infrastrutture e contesto. A ogni variabile è assegnato un punteggio, e i punteggi combinati consentono di tracciare delle vere e proprie mappe della mobilità romana. Il risultato principale che emerge è la forte disomogeneità tra le zone di Roma, dove chi vive nei quartieri più centrali gode di servizi di mobilità notevolmente più sostenibili rispetto a chi vive nei quartieri popolosi della periferia, abbandonati dal trasporto pubblico e senza alternative di mobilità condivisa. Lo studio rivela anche la presenza di chilometri di piste ciclabili pericolose e frammentate. Queste carenze infrastrutturali non fanno che favorire una mobilità prevalentemente privata.


L’Università di Pisa partner dello studio pubblicato su Science Advances


L’aumento della CO2 nelle emissioni può far prevedere un’eruzione violenta di un vulcano con un anticipo sino a tre mesi. E’ questo quanto emerge da una ricerca pubblicata su Science Advances alla quale ha partecipato l’Università di Pisa all’interno di un consorzio tutto italiano che comprende le università di Palermo, Firenze e Torino e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (sezioni di Napoli e Bologna).

In particolare, lo studio ha analizzato la composizione e i flussi dei gas vulcanici a Stromboli grazie ad un sistema di monitoraggio finanziato dal Dipartimento della Protezione Civile Nazionale (DPC). I risultati hanno dimostrano come il gas vulcanico, in particolare l’aumento della CO2, giochi un ruolo chiave nelle dinamiche esplosive, e che i periodi preparatori delle esplosioni sono caratterizzati da emissioni anomale di CO2, rilasciate dal magma ancora immagazzinato in profondità.

 

Domenica 10 ottobre in Italia torna la festa della natura in città, sono già 60 le adesioni e l'evento centrale sarà a Roma

 

VOGLIAMO CITTÀ CON PIÙ NATURA
EVENTO CENTRALE ALL’ORTO BOTANICO DI ROMA
Le nostre città devono diventare nature-positive e amiche del clima: è con questo messaggio che il WWF lancia la quinta edizione di Urban Nature in vista della manifestazione che animerà i grandi e i piccoli centri in tutta Italia in occasione della Festa della Natura in città, prevista per quest’anno domenica 10 ottobre. Per avere città con più natura, più salubri e più sicure nell’epoca della pandemia da COVID e dei fenomeni estremi causati dal cambiamento climatico. Quest’anno la Festa della Natura in Città del WWF arriva alla vigilia di un momento importante a livello su scala globale, l’apertura (lunedì 11 ottobre) della Conferenza delle Parti sulla Biodiversità (a Kunming in Cina), convocata per arrestare e invertire la curva della perdita di natura.

La mappa degli eventi 


L’Atlante, al quale ha contribuito anche la Sapienza con il Dipartimento di Scienze della Terra, è stato presentato alla Camera dei deputati nell’ambito del progetto MaGIC (Marine Geohazards along the Italian Coasts).
Il 27 settembre 2021, presso la Camera dei deputati, è stato presentato il progetto MaGIC (Marine Geohazards along the Italian Coasts) nell'ambito del quale è stato illustrato l’Atlante dei lineamenti di pericolosità geologica dei fondali marini italiani realizzato da tre Istituti del Consiglio nazionale delle ricerche, che è anche coordinatore del progetto, sette università e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS). MaGIC è finanziato dal Dipartimento della protezione civile con 5.25M€. Responsabile scientifico del progetto è Francesco L. Chioci, docente del Dipartimento di Scienze della Terra, associato al Cnr.

Il mondo sottomarino, grazie alle nuove tecnologie, sta sempre più svelando i suoi segreti e quello che appare non è sempre tranquillizzante. I mari italiani, a causa della geologia attiva, sono infatti caratterizzati da fondali spesso in frana, solcati da profondi canyon dove si riversano valanghe di detriti, specie in occasione di terremoti o grandi piene fluviali, formando una sorta di fiumi di fango che scorrono sui fondali, erodendoli. Altra caratteristica del nostro Paese è la presenza di stretti (come quello di Messina) dove forti correnti accelerano facendo migrare grandi dune di sabbia o di ghiaia.

GIORNATA MONDIALE DEL GORILLA

24 Set 2021 Scritto da

 

il 24 settembre è la Giornata mondiale del gorilla, quello di montagna in bilico tra bracconaggio e guerre civili

 

Nonostante le criticità degli ultimi mesi dovute alla pandemia da Covid-19, gli sforzi di conservazione per la salvaguardia del Gorilla di montagna continuano a dare dei buoni frutti.

Lo racconta il WWF, in occasione della Giornata mondiale del Gorilla, che si celebra il 24 settembre. La sottospecie, suddivisa in due popolazioni, è presente unicamente in due aree protette: nel Parco Nazionale del Virunga, posto ai confini tra l’Uganda, il Rwanda e la Repubblica Democratica del Congo, e nel Parco Nazionale del Bwindi in Uganda.
All’esterno delle due aree protette si rinviene la maggiore densità umana del continente africano. Questa situazione determina due fattori di rischio importanti per il gorilla di montagna: l’elevata possibilità per gli individui ospitati nelle aree protette di contrarre il virus per diretto contatto uomo-gorilla e l’aumento delle attività illegali dovute a un minor controllo delle aree a causa dei mancati afflussi turistici.

OLTRE 800 LE TRAPPOLE RIMOSSE
Nonostante una fase iniziale di incertezza e paura, basti pensare che nei primi due mesi di pandemia sono stati rinvenuti nelle Riserve dai ranger 822 trappole illegali contro le 21 del 2019 e che per mano di un bracconiere sia deceduto Rafiki, uno dei più carismatici silverback (maschi adulti) del Virunga, nel periodo successivo entrambe le minacce sono state scongiurate grazie all’assidua e rinforzata attività del personale delle riserve.

In un momento storico così complicato per la conservazione sul campo, i dati della popolazione non destano preoccupazione, come sostenuto da Nelson Guma, responsabile dei ranger dell’Area di Conservazioine di Bwiindii Mgahiinga: “Quando agiamo con l’intento di mettere in atto nuove e più severe misure di conservazione, i risultati sono sempre fantastici”.


L’analisi dei resti umani di 132 individui vissuti in diverse necropoli del Centro Italia a partire da circa 12.000 anni fa ha permesso di rilevare i tassi di produzione di piombo e il rischio di esposizione per la salute a questo metallo nel corso del tempo e di confrontarli con quelli odierni. Lo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology con la partecipazione di ricercatori della Sapienza, suggerisce che senza una regolamentazione adeguata continueremo a sperimentare gli impatti dannosi sulla salute della contaminazione da metalli tossici.


Pensare al piombo in relazione a vernici e tubi è una associazione piuttosto riduttiva se si considera che la produzione di questo metallo pesante ha una ricca e lunga storia iniziata millenni fa, come documentano numerosi studi geochimici e archeo-metallurgici condotti negli ultimi decenni: la produzione di monete ha dato una grande spinta alla produzione di piombo 2.500 anni fa, raggiungendo il suo picco in epoca romana, per poi diminuire nel Medioevo. A partire da 1.000 anni fa, la produzione di piombo è di nuovo aumentata, congiuntamente all’estrazione dell’argento in Germania e poi nel Nuovo Mondo e, in seguito, per soddisfare le necessità della rivoluzione industriale. Ma qual è l’impatto generato dall’industrializzazione e dall’inquinamento da metalli sul corpo umano?

 


Un nuovo rapporto diffuso oggi da Greenpeace USA rivela che alcune multinazionali di beni di consumo come Coca-Cola, PepsiCo e Nestlé stanno favorendo l’espansione della produzione di plastica, con impatti negativi sul clima e sulle persone di tutto il mondo. Il rapporto “The Climate Emergency Unpacked: How Consumer Goods Companies are Fueling Big Oil’s Plastic Expansion” svela i legami commerciali tra le aziende che basano il loro business sull’impiego di grandi quantità di plastica monouso e le compagnie dei combustibili fossili. La plastica è infatti ricavata in gran parte dal petrolio e dal gas fossile, considerati i principali responsabili del riscaldamento globale.

«Gli stessi marchi che alimentano l’inquinamento globale da plastica contribuiscono anche all’acuirsi della crisi climatica in corso», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia. «Nonostante si sforzino di apparire attente alla questione climatica, compagnie come Coca-Cola, PepsiCo e Nestlé lavorano a fianco dell’industria dei combustibili fossili per espandere la produzione di plastica: una crescita che potrebbe far salire le emissioni di gas serra a livelli catastrofici, in un pianeta già surriscaldato”.

 

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