20 luglio 1969: la Luna

Roberto Vittori 21 Lug 2009
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Buzz Aldrin sulla Luna 20 luglio 1969Il 20 luglio del 1969 l’uomo, con Neil Armstrong, metteva per la prima volta piede su un corpo celeste che non era la Terra. Quell’impresa apriva e chiudeva un’era. L’era della conquista dello spazio e della competizione tra USA e URSS. Quel primo fondamentale passo, che apriva l’uomo all’esplorazione umana del Cosmo, rappresentava però anche la implicita fine della corsa alla Luna. Poco più di tre anni dopo, con la missione Apollo XVII, si concludevano le missioni umane con obiettivo il nostro satellite e il mondo spaziale, allora unito verso quell’unico obiettivo, perdeva interesse verso il pallido chiarore della Luna, che tornava ad essere oggetto dei rimandi romantici a cui poeti e romanzieri e poi ancora cineasti, si sono ispirati. Il mondo spaziale tutto, in primo luogo ancora USA e URSS, rivolgeva la propria attenzione verso altri corpi celesti, Venere, Marte, Mercurio e poi Giove, lo stesso sole, mentre l’uomo nello spazio faceva scegliere alle due potenze spaziale vie diverse, lo shuttle, per gli USA, le stazioni orbitanti per l’URSS.

Anni dopo quella dicotomia era ancora una volta composta dalla scelta di costruire, insieme a altri 14 paesi, Europa e soprattutto Italia compresa, con la realizzazione della Stazione Spaziale Internazionale. Un progetto fortemente voluto, nel 1984, dall’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan ma che necessitava della grande esperienza acquisita dall’URSS che l’anno successivo avrebbe completato la messa in orbita della stazione orbitante MIR, pensata per un operatività di cinque anni, ma che avrebbe, tra mille vicissitudini, mostrato una ben più lunga longevità, finendo la sua vita nell’Oceano Indiano nel 2000. Neanche un anno prima aveva visto la luce la Stazione Spaziale Internazionale, la cui piena operatività, cioè la possibilità di essere abitata permanentemente da sei astronauti, inizialmente prevista nel 2004, a causa di ritardi ma anche tragedie, è diventata effettiva quest’anno.

Nel frattempo lo Shuttle ha mostrato i limiti del tempo. Forse anche per questo, nel 2001, il presidente USA, George Bush, ha chiesto all’allora amministratore della NASA, Michael Griffin, di considerare un nuovo grande progetto spaziale: la colonizzazione della Luna. Un progetto ambizioso, ancora tutto da definire, ma che ha riportato il nostro satellite all’attenzione della “politica” spaziale internazionale, in un’ottica di base permanente umana, non solo per l’eventuale sfruttamento delle risorse “naturali” del corpo celeste che ruota intorno alla Terra, ma anche della possibilità che questo avamposto umano possa rappresentare il confine dell’uomo per la conquista di altri pianeti, come Marte, che rimane forse il primo obiettivo dell’umanità nel cosmo, ma con tali difficoltà tecnologiche e soprattutto denso delle incognite che un tale viaggio rappresenta per l’uomo, così da ritenersi ancora lontano da raggiungere. L’annuncio di George Bush spingeva tutti i paesi con tecnologia spaziale a rivolgere la loro attenzione verso la Luna, imponendo interrogativi tecnici ma soprattutto di finalità, movimentando un dibattito, come detto, ancora non giunto a conclusione.


Partenza dell'Apollo 11 da Cape CanaveralIl cambio della guardia alla Casa Bianca ha portato, negli USA, ad un momento di riflessione, mentre per la Stazione Spaziale Internazionale, ora finalmente operativa, è tempo di dimostrare che la realizzazione di tale grandioso progetto ha motivo di essere stato portato a compimento. L’Europa ha appena confermato la volontà di proseguire nell’esplorazione robotica di Marte con il programma EXOMARS, ma senza chiudere le porte alla Luna che invece sembra essere il primo obiettivo di potenze spaziali emergenti come India e Cina.
L’India con la missione Chandrayaan-I quest’anno ha raggiunto il suolo lunare, quarto paese al mondo, con una sonda, la MIP, per ricerche geologiche alla ricerca in particolare dell’Elio3, fondamentale per la fusione nucleare. La Cina non nasconde il proprio obiettivo di portare un proprio takeonauta a calpestare il suolo lunare nel 2020, ma più per ragioni, potremmo dire, propagandistiche, che per vere ragioni scientifiche e tecnologiche. Certo è che se la quantità di elio-3 sulla Luna fosse quella che ipotizziamo, anche se a tutt’oggi non abbiamo molte informazioni, e se fosse estraibile e noi in grado di costruire i reattori per utilizzarlo, allora un solo carico, circa 20.000 kg portati dallo Shuttle, potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico degli Stati Uniti per un anno. E stiamo parlando di energia pulita. Ovviamente parlo di scenari futuristici che richiedono un enorme sforzo tecnologico, attualmente non realizzabile. In questi scenari possiamo immaginare che il processo produttivo si possa realizzare direttamente sulla Luna, costruendo sul nostro satellite una capacità di vivere, lavorare e fabbricare. Tutto ciò avrebbe per riflesso un grande investimento in innovazione tecnologica che, sebbene sia difficile fare previsioni corrette di costi e benefici, potremmo immaginare, sul lungo termine, di grande vantaggio per il benessere del pianeta terra e dei suoi abitanti. Come peraltro ci ha insegnato la corsa alla Luna, quando il presidente Kennedy ricordò come per ogni dollaro speso, dieci sarebbero stati quelli guadagnati. E in effetti ancora oggi l’investimento nello spazio ha ritorni assicurati, se non più del rapporto di 10 a 1, l’effetto benefico è di almeno tre volte l’investimento.

 

Roberto Vittori

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Settembre 2009 10:26
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