I geni del virus dell'herpes scritti nel nostro DNA: una storia lunga millenni

Emma Bariosco 10 Gen 2026

Per la prima volta, un team di scienziati è riuscito a ricostruire gli antichi genomi dei betaherpesvirus umani 6A e 6B (HHV-6A/B) partendo da resti archeologici risalenti a oltre duemila anni fa. Lo studio, guidato dalle Università di Vienna e Tartu (Estonia) e pubblicato su Science Advances, conferma che questi virus si sono evoluti insieme alla nostra specie almeno dall'Età del Ferro. I risultati tracciano il lungo percorso di integrazione dell'HHV-6 nei cromosomi umani, suggerendo che la variante 6A abbia perso questa capacità nelle prime fasi della sua storia.

L'HHV-6B colpisce circa il 90% dei bambini entro i due anni ed è noto soprattutto come causa della sesta malattia (o roseola infantum), la principale responsabile delle convulsioni febbrili nell'infanzia. Insieme al parente stretto HHV-6A, fa parte di un gruppo di herpesvirus diffusi che solitamente stabiliscono infezioni latenti per tutta la vita. La loro caratteristica eccezionale è la capacità di integrarsi nei cromosomi umani: una peculiarità che permette al virus di restare silente e, in rari casi, di essere ereditato come parte del patrimonio genetico dell'ospite. Oggi, circa l'1% della popolazione mondiale possiede queste copie virali ereditarie. Sebbene studi precedenti ipotizzassero l'antichità di tali integrazioni, questa ricerca fornisce la prima prova genomica diretta.

Recuperare il DNA virale dal passato remoto
Il team di ricerca internazionale ha analizzato quasi 4.000 campioni scheletrici provenienti da siti archeologici europei. Sono stati identificati e ricostruiti undici genomi virali antichi; il più remoto appartiene a una bambina vissuta nell'Italia dell'Età del Ferro (1100–600 a.C.). Gli altri reperti coprono un vasto arco temporale e geografico: entrambi i ceppi sono stati rinvenuti in Inghilterra, Belgio ed Estonia in epoca medievale, mentre l'HHV-6B è apparso anche in campioni provenienti dall'Italia e dalla Russia protostorica. Diversi individui inglesi presentavano forme ereditarie di HHV-6B, risultando i più antichi portatori noti di herpesvirus integrati cromosomicamente.

"Mentre quasi il 90% delle persone contrae l'HHV-6 durante la vita, solo l'1% circa eredita il virus dai genitori in ogni cellula del corpo. Sono proprio questi i casi che abbiamo più probabilità di individuare nel DNA antico", spiega Meriam Guellil, ricercatrice principale presso il Dipartimento di Antropologia Evolutiva dell'Università di Vienna. "Grazie ai nostri dati, l'evoluzione virale può ora essere tracciata attraverso l'Europa per oltre 2.500 anni."

Integrazioni antiche, conseguenze durature
La ricostruzione dei genomi ha permesso di determinare il punto esatto dei cromosomi in cui i virus si sono "annidati". Il confronto con i dati moderni ha rivelato che alcune integrazioni sono avvenute moltissimo tempo fa, tramandandosi per millenni. Una delle due specie (HHV-6A) sembra aver perso nel tempo la capacità di integrarsi nel DNA umano, segno che i due virus hanno seguito percorsi evolutivi differenti pur coesistendo con l'uomo.

"Avere una copia di HHV-6B nel proprio genoma è stato correlato a malattie cardiache come l'angina", afferma Charlotte Houldcroft dell'Università di Cambridge. "Sappiamo che queste forme ereditarie sono oggi più comuni nel Regno Unito rispetto al resto d'Europa, e questa è la prima prova della presenza di portatori antichi proprio in Gran Bretagna."

Un nuovo capitolo dell'evoluzione ospite-virus
La scoperta di questi genomi millenari fornisce la prima prova cronologica certa della co-evoluzione a lungo termine tra l'uomo e questo virus a livello genomico. Dimostra inoltre come il DNA antico possa svelare la storia delle malattie infettive: da brevi disturbi infantili a sequenze virali diventate parte integrante del genoma umano. Identificati solo negli anni '80, l'HHV-6A e l'HHV-6B possono ora essere rintracciati fino all'Età del Ferro. "I dati genetici moderni suggerivano che l'HHV-6 si stesse evolvendo con noi sin dalla migrazione dall'Africa", conclude Guellil. "Questi genomi antichi ne sono finalmente la prova concreta."

Ultima modifica il Giovedì, 08 Gennaio 2026 11:41
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