Conferenza di Kigali In evidenza

Fabrizio Giangrande 01 Mar 2012
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Si è conclusa il giorno 14 ottobre, con l'adozione di una risoluzione comune, la Conferenza Interafricana sulla Pena di Morte o Moratoria delle Esecuzioni, svoltasi a Kigali, capitale del Ruanda. Promossa dal Governo ruandese, dall'Unione Africana, dall'Unione Europea e dall'Organizzazione "Nessuno tocchi Caino", la Conferenza ha visto la partecipazione di venti Governi del Continente africano, oltre a numerosi esponenti della Comunità Internazionale e delle Organizzazioni non governative. Fortemente simbolica la scelta del Ruanda come sede della conferenza.

Il paese africano solo nel 1994 ha conosciuto l'inaudita violenza della guerra civile fra le etnie Utu e Tuzi, terminata con il genocidio dei primi. Alla fine delle ostilità il Paese, nonostante un sistema giudiziario ed un apparato di polizia praticamente da rifondare, ha saputo ricominciare a vivere attraverso un percorso differente dalla vendetta, abolendo la Pena capitale e favorendo la riconciliazione tra i differenti gruppi etnici.

Un esempio, quello ruandese, che non è passato inosservato, come ha sottolineato in apertura della Conferenza il Presidente dell'Unione Africana, il gabonese Jean Ping. Una coraggiosa rottura con il passato, quella intrapresa dal governo di Paul Kagame, che ha favorito la diffusione di un vivace dibattito all'interno di numerosi Paesi africani, sulla liceità o meno della pena capitale. La stessa Risoluzione adottata a conclusione della Conferenza di Kigali riconosce "...il positivo esempio del Ruanda..." nella considerazione che "...una moratoria sull'applicazione della pena di morte contribuisce al rispetto della dignità umana e al progressivo sviluppo dei diritti umani...".

Una presa di coscienza, dunque, forte da parte di numerose forze politiche all'interno dell'Africa, in linea con la Risoluzione approvata nel Dicembre 2010 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite su una Moratoria internazionale sull'abolizione della pena di morte, che ha visto l'Italia, nell'affermazione di tale istanza, assoluta protagonista.

La Risoluzione della Conferenza di Kigali esorta tutti gli Stati Africani a compiere una serie di iniziative in attesa di una totale abolizione della pena capitale.

Tra queste, la sottoscrizione degli strumenti internazionali relativi ai Diritti Umani che proibiscono il ricorso alla pena di morte, citando al riguardo il Secondo Protocollo Opzionale sui diritti Civili e Politici dell'ONU, auspicando il conseguente adeguamento delle legislazioni nazionali. Ed ancora, la promozione di un Protocollo addizionale alla Carta Africana dei Diritti Umani e dei Popoli che preveda l'adozione di strumenti vincolanti per l'abolizione della pena capitale nei confronti dei Paesi firmatari.

Ma tra i principi sanciti da questa Risoluzione ve ne è uno di particolare interesse.

All'interno del testo approvato dalla Conferenza di Kigali viene fatto esplicito riferimento all'obbligo degli Stati di rendere disponibili, nei confronti dell'opinione pubblica, tutte "le informazioni rilevanti relative all'uso della pena di morte e alle alternative a quest'ultima".

Un principio di notevole valenza che dimostra la presa di coscienza maturata in seno all'Unione Africana ed alla Comunità Internazionale in generale in merito a due fondamentali principi.

Il primo è il ruolo, ormai decisivo, che, in tutte le democrazie, gli strumenti informativi e mediatici hanno nei confronti delle scelte politiche. In molti Paesi la presunta capacità deterrente della pena capitale nei confronti del reato di omicidio è fortemente condizionata da una informazione superficiale e che troppo spesso mira alla spettacolarizzazione delle notizie.

Studi compiuti fin dagli anni Cinquanta, in particolare negli USA, restano incapaci di dimostrare una relazione diretta tra il ricorso alla pena capitale e il numero degli omicidi compiuti.

La seconda presa di coscienza che appare evidente nel principio sancito dalla Risoluzione di Kigali è il ruolo che l'opinione pubblica può avere sull'Abolizione della pena di morte.

Le istanze abolizioniste ed in generale la promozione dei Diritti Umani non possono che passare attraverso lo stimolo di una opinione pubblica transnazionale. Un fronte comune in grado di sollevare il dibattito, di promuoverne un approfondimento e di diffonderlo in ogni angolo del Globo.

Il percorso verso l'abolizione della pena di morte non può e non deve essere considerato un normale passaggio nella storia del diritto, ma la condizione necessaria per l'affermazione dei Diritti Umani che, come ha ben sottolineato lo studioso David Beetham, "costituiscono una parte intrinseca della democrazia perchè la garanzia delle libertà fondamentali è una condizione necessaria affinchè la voce del popolo incida sugli affari pubblici e affinchè il controllo popolare sul governo sia assicurato".

 

 

Fabrizio Giangrande

 

Foto: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Rwandan_dancer.jpg?uselang=it

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