Musica e depressione
È cosa sicura: la musica può guarire dalla depressione. Non parliamo di generiche condizioni di tristezza, stanchezza o apatia, ma di uno stato patologico clinicamente accertato con il quale non si può assolutamente vivere.
Di compositori depressi la letteratura musicale è piena. Soffrirono di depressioni serie e profonde artisti del calibro di Beethoven, Mozart, Rossini, Berlioz, Paganini, Ciajkovskij, Shostakovich (ma la lista sarebbe ancora lunga), e tutti per gravi motivazioni. Beethoven ebbe come causa della depressione la sordità, Mozart ebbe dei periodi bui a causa dell’incomprensione degli altri nei confronti della sua musica, troppo all’avanguardia per il suo tempo, Rossini si ritrovò depresso ed obeso dopo una lunga vita dedicata alla musica, Berlioz e Paganini allo stesso modo sentirono il male di vivere nonostante i grandi successi delle loro opere, perché nessuno le capiva fino in fondo. Ciajkovskij dal canto suo fu depresso per motivi personali, ma ugualmente compose opere meravigliose, ed infine il grande Shostakovich si ritrovò incupito e triste per problemi derivanti da un’infanzia non certo felice ed una carriera irta di difficoltà.
Ti ricordi quella canzone?
L’importanza della musica nel ricordo di eventi, situazioni e persone è grandissima, così come la sua forza emotiva. Il motivo è che il cervello umano immagazzina suoni e ricordi in un’area ben precisa, la quale, sollecitata dai suoni, ritrova pensieri, ricordi ed emozioni legate alla musica.
Così ascoltare una canzone può essere come fare un tuffo nel passato, una situazione che è capitata e capita a tutti, una cosa talmente comune da suscitare la curiosità e l’interesse da parte di alcuni ricercatori americani dell’Università di Davis, in California, che, non accontentandosi della semplice esperienza, hanno cercato una spiegazione scientifica al legame tra musica e ricordi.
Un esperimento su un gruppo di 13 studenti sottoposto ad una risonanza magnetica funzionale nel momento dell’ascolto di alcune canzoni, è stato così condotto: le canzoni (un campione di 100 fra le più famose degli ultimi anni) sono state scelte fra quelle del periodo in cui i soggetti avevano un’età compresa fra gli 8 ed i 18 anni, prendendo in esame quindi un periodo fondamentale della loro vita di bambini ed adolescenti, ed il loro ascolto doveva essere in seguito riferito in collegamento ad uno o più ricordi.
Ogni giovane ha riconosciuto una media tra le 17 e le 30 canzoni del campione proposto, di cui una media di 13 legate a ricordi familiari o personali in genere piacevoli (canzoni imparate a scuola o a casa, quelle legate alle vacanze, al primo innamoramento e così via).
Vivere di musica
Vivere a contatto con la musica significa vivere meglio, e questa è una certezza assoluta.
Lasciando per un attimo da parte tutto ciò nella Musicoterapia viene ormai da anni praticato per molte patologie (fisiche e psichiche), è certo che con la musica la nostra esistenza compie senz’altro un salto di qualità, tant’è che è ormai risaputo che la pratica musicale aiuta ad alleggerire la pesantezza della quotidianità, aumenta la creatività, placa il dolore, rafforza il coraggio, raffina il gusto, stimola l’intelletto, protegge gli affetti e rinvigorisce la salute, agendo inoltre sullo sviluppo fisico e psichico di ogni soggetto influenzandolo positivamente dal punto di vista personale e sociale, divenendo in tal modo una risorsa importante della vita umana.
Il potere evocativo della musica è immenso, ed è certo la prima qualità che le si riconosce. Infatti, indipendentemente dalla nostra volontà, ogni musica sa far emergere in noi ricordi ed emozioni più o meno sopite, ci fa abbozzare riflessioni, ci sussurra idee e pensieri esaltandoci ed emozionandoci, e ci racconta storie, ci libera dalle oppressioni, ci porta messaggi universali, insomma, è una forza grandissima, nessun’altra arte può e sa fare tanto. Insomma, la musica è la panacea della vita, tutti ne abbiamo bisogno, dal concepimento alla morte.
La corrispondenza inedita del matematico Mauro Picone e la nascita del FINAC/CNR
Il volume La “lunga marcia” di Mauro Picone (1885-1977), a cura di A. Guerraggio, M. Mattaliano, P. Nastasi, pubblica una corposa corrispondenza recuperata dall’Archivio storico dell’Istituto di Calcolo del CNR (IAC). Il libro ricostruisce la storia che vide fortemente impegnato il matematico italiano Mauro Picone – fondatore dell’INAC/CNR (oggi IAC) – nel tentativo di realizzare a Roma, sin dall’immediato dopoguerra, il primo grande calcolatore elettronico italiano. La corrispondenza presentata dai curatori dell’opera spazia dal 1944 alla fine del 1955, anno in cui il primo grande computer “romano” viene inaugurato nella sede dell’INAC/CNR, alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.
Quella pubblicata nel volume costituisce una corrispondenza inedita, ricca di riferimenti a fatti e persone. Una corrispondenza epistolare indubbiamente molto interessante dal punto di vista storico-scientifico, in quanto aiuta a farsi un’idea riguardo al grande sforzo occorso all’epoca per giungere alla conclusione del Progetto “romano” di fornire l’Italia di un potente mezzo di calcolo automatico: un grande computer, di ausilio alla ricerca scientifica e all’industria italiana, capace di risolvere problemi di elevata complessità.
Vecchie e nuove epidemie. convegno di studio. sabato 24 aprile 2010, Archiginnasio di Bologna, ore 10-12
Le epidemie hanno sempre attraversato il cammino dell'uomo seminando lutti e sofferenze. Peste, vaiolo, sifilide, colera, tubercolosi, influenza hanno cambiato la storia dell'umanità per i loro effetti sulla vita e la salute degli uomini e per gli effetti demografici, economici, sociali. Le grandi epidemie creavano panico ed angoscia perchè falcidiavano intere popolazioni. Se la malattia e la morte di una singola persona rappresenta una tragedia per i familiari, la morte collettiva aggiunge il sentimento di impotenza e di paura per il destino degli uomini. Le epidemie non sono solo un terrribile ricordo del passato, ma rappresentano ancor oggi un rischio per l'umanità. Negli ultimi 30 anni oltre 30 nuove malattie infettive a carattere epidemico ( chiamate "malattie infettive emergenti" ) hanno fatto la loro comparsa. Tra queste l'AIDS, la SARS, l'infezione da virus Ebola, l'influenza aviaria da virus H5N1, la nuova influenza da virus H1N1.
Scienzaonline Anno 7° n. 74 Marzo 2010
Scienzaonline Anno 7° n. 74 Marzo 2010
Goffredo Mameli e la Repubblica Romana del 1849
L’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria
inaugura l’anno accademico 2009-2010
Con l’approssimarsi delle celebrazioni per il 150°anniversario dell’unità d’Italia, l’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria ha voluto dedicare al tema ‘Goffredo Mameli e la Repubblica Romana del 1849’ la cerimonia inaugurale dell’Anno Accademico 2009-2010 (nell’ottantanovesimo anno dalla sua Fondazione) che si è tenuta il 18 marzo a Roma presso la Sala Alessandrina, all’interno del Museo storico dell’Arte Sanitaria del Complesso Monumentale di Santo Spirito.
Per l’occasione è stata data anche adeguata sistemazione ad un cimelio, da tempo in possesso del Museo, rappresentato dalla lastra di marmo sulla quale fu deposto il corpo esanime di Goffredo Mameli, deceduto in seguito all’amputazione di una gamba per una ferita ricevuta durante la battaglia per la Repubblica Romana.
Sin dalla sua fondazione, nel 1920, l’Istituto Storico Italiano dell’Arte Sanitaria’, poi ‘Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria’, si è particolarmente dedicato non solo ad accrescere e valorizzare la raccolta del museo, dell’archivio e della biblioteca già esistenti, ma anche alla pubblicazione degli atti e memorie dell’Accademia.
Luce fatta sul perché il 90% delle osservazioni astronomiche delle galassie distanti mancano il loro bersaglio
Gli astronomi sanno da sempre che in molte osservazioni dell’Universo più distante una parte consistente della luce emessa dai corpi celesti non viene osservata. Ora, grazie ad un’indagine estremamente approfondita compiuta usando due dei quattro telescopi giganti da 8,2metri che compongono il Very Large Telescope (VLT) dell’ESO ed un apposito e specifico filtro, gli astronomi hanno determinato che una larga frazione delle galassie la cui luce impiega 10 miliardi di anni a raggiungerci è rimasta a noi sconosciuta. L’indagine ha permesso inoltre di scoprire alcune delle galassie più deboli mai trovate a questo stato iniziale dell’universo.
Gli astronomi usano frequentemente la forte , caratteristica “impronta digitale” della luce emessa dall’idrogeno conosciuta come la riga Lyman –alfa, per determinare il numero di stelle che si sono formate in un Universo molto distante [1]. C’è stato a lungo il sospetto che galassie molto distanti andassero perse in queste indagini. La nuova osservazione del VLT dimostra, per la prima volta, che questo è esattamente quello che sta accadendo. La maggior parte della luce Lyman-alfa resta intrappolata dentro la galassia che la emette, e il 90% delle galassie non si mostra alle indagini condotte in Lyman-alfa.
“Gli astronomi hanno sempre saputo che stavano perdendo qualche frazione delle galassie nelle osservazioni Lyman-alfa” spiega Matthew Hayes, il primo autore delle studio, che esce questa settimana su Nature, “ma per la prima volta ora noi abbiamo una misurazione. Il numero di galassie perse è sostanziale”.
Per riuscire a capire quanto della luminosità totale andasse persa, Hayes e il suo team ha usato la camera FORS al VLT e un apposito filtro in banda stretta [2] per misurare questa luce Lyman-alfa, seguendo la metodologia standard delle osservazioni in Lyman-alfa. Poi, usando la nuova camera HAWK-I, unita ad un altro telescopio del VLT, hanno esaminato la stessa area dello spazio per luce emessa ma a una differente lunghezza d’onda, anche questa emessa dall’idrogeno eccitato, e conosciuta come la riga H-alfa. Hanno specificatamente indirizzato lo sguardo alle galassie la cui luce stava viaggiando da 10 miliardi di anni (redshift 2.2 [3]), in una ben conosciuta area del cielo, chiamata campo GOODS-South.
Biodiversita’
Il Mediterraneo rappresenta soltanto lo 0,8% della superficie marina dell'Oceano mondiale; ma la consistenza della sua biodiversità è paradossalmente relativamente elevata.
Le alterazioni ambientali, di origine sia naturale (cambiamento climatico globale, eventi sismici, dissesto del suolo ecc.) che antropica (eccessivo sfruttamento delle risorse rinnovabili, inquinamento, indiscriminato utilizzo della fascia costiera ecc.) e l’invasione di specie aliene, costituiscono le maggiori minacce per la biodiversità marina. Preservare la biodiversità nei popolamenti marini significa conservare le specie autoctone ed endemiche, mantenendone intatti i patrimoni cromosomici, in modo da garantire alle diverse popolazioni la possibilità di evolversi geneticamente in modo autonomo; la diversificazione all’interno di una stessa specie è garanzia di una maggiore adattabilità alle modificazioni dell’ambiente.
Lo studio della biodiversità marina, sottovalutato per troppo tempo, si è intensificato negli ultimi anni per identificare le problematiche e le priorità di azione per individuare strategie di intervento per la tutela degli habitat e di tutti gli organismi a rischio di estinzione o in condizioni di precario equilibrio. Allo stato attuale i frequenti episodi di depauperamento ambientale provocano spesso la perdita di “particolarità” biologiche, soprattutto a livello di quegli organismi che si trovano ai vertici della piramide alimentare (cetacei, pesci cartilaginei, tartarughe ecc.).Le attività antropiche che insistono lungo le coste meridionali del nostro territorio nazionale sono caratterizzate, per lo più, dalla mancanza di una seria programmazione ecocompatibile. L’eccessivo sfruttamento della fascia costiera provoca una condizione inevitabile di alterazione dell’ecosistema marino soprattutto per quanto riguarda la piattaforma continentale.
Ardi, la nonna di Lucy
Il fatto che Science, una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, abbia dedicato un intero fascicolo – con tanto di copertina, seguita da un dettagliato focus sull’argomento, da 11 articoli specialistici consecutivi e da molti altri inserti (http://www.sciencemag.org/content/vol326/issue5949/index.dtl) – a un singolo rinvenimento paleo-antropologico, a un ominide, è certamente un fatto eccezionale.
Da quando il fascicolo di Scienze è stato messo in rete, abbiamo assistito a un turbinio di notizie e commenti che hanno iniziato a rimbalzare dal web, alle televisioni, alla carta stampata di tutto il mondo. In effetti, l'occasione è stata davvero eccezionale: si tratta del rinvenimento del più antico e più completo fra i nostri possibili antenati: uno scheletro frammentario di 4 milioni e mezzo di anni fa circa (4,4 per l'esattezza).
Il rinvenimento risale ai primi anni '90, ma era rimasto segreto fino ad oggi. In realtà, qualcosa era trapelato fra gli addetti ai lavori sin dalla metà di quel decennio, ma col tempo molti avevano iniziato a pensare che potesse trattarsi di una boutade o, quantomeno, di un passo falso dell’équipe interdisciplinare diretta da Tim White, dell'università di Berkeley, California, che da trent'anni lavora nel Middle Awash, in Etiopia. Il Middle Awash, o media valle del fiume Awash, è uno dei più ricchi giacimenti di evidenze fossili relative agli ultimi milioni di anni e, in particolare, di grande interesse per l'evoluzione umana. Da lì provengono australopitecine e uomini estinti di varia antichità: dai più antichi membri della nostra linea evolutiva, risalenti a diversi milioni di anni fa, a evidenze fossili e archeologiche relative a lunghe fasi della preistoria sino ai primi Homo sapiens di quasi 200 mila anni fa.
Medicina
Svolta nella cura dell'epilessia rara infantile: individuato il meccanismo molecolare della DEE85
Un team internazionale guidato dal CNR ha scoperto come le...
Gliomi pediatrici: creati in...
Un'importante sinergia scientifica tra l'Università di Trento, l'Ospedale...
Paleontologia
Memorie di cenere: come i resti cremati di Teramo riscrivono la storia biologica dei Romani
Quello che per secoli è stato considerato un insieme di frammenti muti e indecifrabili...
Geografia e Storia
Dagli Ipogei del Tepui venezuelano ai terreni marziani: un protocollo innovativo per l'indagine di siti estremi
Un team internazionale ha applicato metodologie analitiche portatili avanzate per esaminare in situ le...
Astronomia e Spazio
L'Universo ha un'età minima: le "nonne" della Via Lattea smentiscono Hubble
Un team internazionale guidato dall'Università di Bologna ha misurato le stelle...
Scienze Naturali e Ambiente
Una "Vampira" nei nostri mari: la sfida italiana per il Mollusco dell'Anno 2026
L'Italia scende in campo per il prestigioso titolo internazionale di "Mollusc...
"Basta allevamenti intensivi": il...
Con la campagna Our Future, l'associazione ambientalista presenta ...







