Si è appena conclusa la prima campagna di ricerche sul paleolitico della Valle dello Zarqa, condotta dall’Istituto Italiano di Paleontologia Umana insieme alla Universidade de Sao Paulo (Brasile) e alla Hashemite University di Zarqa (Giordania). L’obbiettivo è quello di datare i siti archeologici paleolitici scoperti negli anni ’90 dalla missione dell’Università di Roma coordinanata da Gaetano Palumbo. A quel tempo vennero trovati numerosi giacimenti del Pleistocene inferiore e medio, con grandi quantità di industrie litiche di modo 1 e 2. Una prima attribuzione cronologica, basata sui dati archeologici e biostratigrafici attribuiva al giacimento più antico un’età di un milione di anni.

Si è appena conclusa la prima campagna di ricerche sul paleolitico della Valle dello Zarqa, condotta dall’Istituto Italiano di Paleontologia Umana insieme alla Universidade de Sao Paulo (Brasile) e alla Hashemite University di Zarqa (Giordania). L’obbiettivo è quello di datare i siti archeologici paleolitici scoperti negli anni ’90 dalla missione dell’Università di Roma coordinanata da Gaetano Palumbo. A quel tempo vennero trovati numerosi giacimenti del Pleistocene inferiore e medio, con grandi quantità di industrie litiche di modo 1 e 2.

Una prima attribuzione cronologica, basata sui dati archeologici e biostratigrafici attribuiva al giacimento più antico un’età di un milione di anni (scarica l’articolo). Successivamente non è stato possibile ritornare sul posto, ma da quest’anno, grazie alla collaborazione tra il nostro Istituto e l’Università di Sao Paulo, si sono create le condizioni minime per la ripresa delle ricerche. Vi partecipano Fabio Parenti (archeologo e coordinatore), Giancarlo Scardia (geologo) Walter Neves (Paleoantropologo), Astolfo Araujo (Geoarcheologo), Bilal Khreishat (geoarcheologo) e Fareed Al-Shishani (studente in gestione dei beni culturali). L’équipe sta lavorando nei dintorni del villaggio di sukhne, prelevando campioni per le datazioni al paleomagntismo, industrie litiche in affioramento e facendo analisi stratigrafichje e geomorfologiche.

La missione è terminata il 12 ottobre 2013.

http://www.isipu.org/

Si sono conclusi il 22 settembre 2013 gli scavi dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana nel sito pleistocenico di Coste San Giacomo (Anagni) coodiretti da Fabio Parenti e Raffaele Sardella. Nel corso dello scavo, condotto in collaborazione con il  Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza – Università di Roma, sono venuti in luce  numerosissimi fossili di grandi e piccoli mammiferi di circa due milioni di anni fa. Fra essi spiccano per importanza  paleontologica due diverse specie di proboscidati, tre specie di cervi, gazzelle, ippopotami, carnivori come la tigre dai denti a sciabola e iene e, per la prima volta in Europa mediterranea, il lupo etrusco.

 

La mummia del Similaun (nota anche come Uomo venuto dal ghiaccio o, generalmente, Ötzi, Oetzi) è un reperto antropologico scoperto il 19 settembre 1991 sulle Alpi Venoste (ghiacciaio del Similaun, 3.210 m s.l.m.) al confine fra l'Italia e l'Austria.
La scoperta di tale mummia ha permesso ai ricercatori di affacciarsi ad un mondo fino ad ora poco conosciuto,  un'epoca compresa tra il 3300 e il 3200 a.C chiamata anche Età del Rame, momento di transizione tra il Neolitico e l'Età del Bronzo.

La cosa più importante della scoperta era dato che insieme alla mummia si erano ritrovati una notevole quantità di manufatti e vestiario, il chè permetteva di conoscere e di studiare come gli uomini di quel tempo vivevano e si procuravano cibo e suppellettili.

ABSTRACT

Background. There is fMRI evidence that women are neurally predisposed to process infant laughter and crying. Other findings show that women might be more empathic and sensitive than men to emotional facial expressions. However, no gender difference in the brain responses to persons and unanimated scenes has hitherto been demonstrated.
Results. Twenty-four men and women viewed 220 images portraying persons or landscapes and ERPs were recorded from 128 sites. In women, but not in men, the N2 component (210-270) was much larger to persons than to scenes. swLORETA showed significant bilateral activation of FG (BA19/37) in both genders when viewing persons as opposed to scenes. Only women showed a source of activity in the STG and in the right MOG (extra-striate body area, EBA), and only men in the left parahippocampal area (PPA).
Conclusions. A significant gender difference was found in activation of the left and right STG (BA22) and the cingulate cortex for the subtractive condition women minus men, thus indicating that women might have a greater preference or interest for social stimuli (faces and persons).

Musica ed Evoluzione

30 Giu 2009 Scritto da

La storia dell’evoluzione umana non può non tener conto della musica e di quanto questa sia da sempre presente nella vita dell’uomo sin dai tempi della sua comparsa sulla terra.
I nostri antenati sono stati prevalentemente dei cacciatori per molte centinaia di generazioni, vivendo in piccoli gruppi dove tutti collaboravano per la loro e l’altrui sopravvivenza. Oltre a tale funzione primaria l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente, cosa che ha suggerito agli scienziati che la mente umana abbia in sé la possibilità di risolvere i problemi adattativi essenziali, come, nel caso dei primitivi, sopravvivere fino all’età riproduttiva, allevare la propria prole o anche difendersi dal clima e dai pericoli ambientali, fino ad affinare i meccanismi psicologici che sono alla base dell’adattamento alla socialità.
In questo contesto evolutivo la musica ha fatto la sua parte, ossia gli uomini ne hanno scoperto l’uso adattandola alle proprie esigenze e tramandandone la pratica attraverso le generazioni successive.

Il canto corale

30 Lug 2008 Scritto da

A tutti piace cantare in coro, è una cosa innegabile. Già la musica in generale avvicina e rende la comunicazione fra le persone più spontanea e diretta, ed in più il cantare è una pratica liberatoria, emozionante, divertente e, tra l’altro, semplice, tutti possono farlo. Quindi, che c’è di meglio del cantare in coro?

Si è concluso domenica 17 gennaio, nella cornice che meglio rappresenta il punto di incontro tra tecnologia ed arte (l’Auditorium Parco della Musica di Roma, progettato dall’architetto Renzo Piano) la V Edizione del Festival delle Scienze, quest’anno dedicata all’intreccio tra scienza e tecnologia, o meglio, “tra possibile e immaginario, magie tecnologiche e ricerca scientifica” come riportava significativamente il titolo completo della manifestazione, trasmessa anche in diretta dal canale RAI Radio 3 Scienza.

Inaugurato il 13 gennaio con la curiosa “dissezione” di un giradischi, una lezione di Vittorio Marchis ispirata alle lezioni di anatomia del Settecento, il Festival ha attraversato il “fantastico” mondo scientifico toccando temi quali la libertà della ricerca; il potere ed il linguaggio di internet ed il fenomeno del digital divide, ovvero la separazione tra aree più avanzate tecnologicamente da quelle meno sviluppate; la virtualità a base dell’aggiornamento tecnologico (il progetto della futuristica “Laptap orchestra”, quindici computer schierati nell’esecuzione di  suoni e disegni digitali, o il simulatore di guida dei treni ad alta velocità); un radiotelescopio utilizzato a scopi musicali nel concerto Il nero delle stelle, partitura del musicista d’avanguardia G. Grisey per sei percussionisti, nastro magnetico e segnali astronomici;  le non più fantascientifiche frontiere della robotica; per chiudersi infine con la conferenza del ricercatore NASA David Wolpert (Dal microcosmo al macrocosmo).

RIASSUNTO

Lo scopo della presente rcerca è stato quello di studiare la relazione tra gli Stili di Attaccamento e la Percezione del Rischio. Sono state analizzate due diverse dimensioni della percezione del rischio: la gravità e la probabilità che si avveri. Ad un campione di 212 individui (101 maschi, 111 femmine) sono stati somministrati il questionario “Experience in Close Relationships” di Brennan et al. e un questionario sulla Percezione del Rischio. A conferma delle nostre ipotesi, i risultati hanno mostrato che l’attaccamento influenza la percezione del rischio nel terzo fattore “esposizione personale” e nel quarto “diversità”.

Il fatto che Science, una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, abbia dedicato un intero fascicolo – con tanto di copertina, seguita da un dettagliato focus sull’argomento, da 11 articoli specialistici consecutivi e da molti altri inserti (http://www.sciencemag.org/content/vol326/issue5949/index.dtl) – a un singolo rinvenimento paleo-antropologico, a un ominide, è certamente un fatto eccezionale.

Da quando il fascicolo di Scienze è stato messo in rete, abbiamo assistito a un turbinio di notizie e commenti che hanno iniziato a rimbalzare dal web, alle televisioni, alla carta stampata di tutto il mondo. In effetti, l'occasione è stata davvero eccezionale: si tratta del rinvenimento del più antico e più completo fra i nostri possibili antenati: uno scheletro frammentario di 4 milioni e mezzo di anni fa circa (4,4 per l'esattezza).

Il rinvenimento risale ai primi anni '90, ma era rimasto segreto fino ad oggi. In realtà, qualcosa era trapelato fra gli addetti ai lavori sin dalla metà di quel decennio, ma col tempo molti avevano iniziato a pensare che potesse trattarsi di una boutade o, quantomeno, di un passo falso dell’équipe interdisciplinare diretta da Tim White, dell'università di Berkeley, California, che da trent'anni lavora nel Middle Awash, in Etiopia. Il Middle Awash, o media valle del fiume Awash, è uno dei più ricchi giacimenti di evidenze fossili relative agli ultimi milioni di anni e, in particolare, di grande interesse per l'evoluzione umana. Da lì provengono australopitecine e uomini estinti di varia antichità: dai più antichi membri della nostra linea evolutiva, risalenti a  diversi milioni di anni fa, a evidenze fossili e archeologiche relative a lunghe fasi della preistoria sino ai primi Homo sapiens di quasi 200 mila anni fa.

 

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