Pubblicato su Scientific Reports, lo studio su un sito sommerso nel lago di Bracciano


Un falcetto per tagliare il grano proveniente da La Marmotta, un sito sommerso nel lago Bracciano, testimonia il probabile uso di piante con effetti stupefacenti già in epoca preistorica. La notizia arriva da uno studio pubblicato su Scientific Reports e grazie ad un progetto diretto da ricercatori dell’Università di Pisa, del Museo delle Civiltà di Roma e della Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma.

L’analisi ha riguardato tre falcetti eccezionalmente conservati e completi di denti in selce e di mastice utilizzato per fissare le lame. Dall’esame è risultato che i manici erano fatti in legno di quercia e di una pianta della famiglia Maloideae (probabilmente un albero da frutto), mentre per il mastice è stata usata resina di pino mescolata con polvere di carbone. Lo studio delle usure presenti sui denti in selce ha poi confermato che gli strumenti furono principalmente usati per tagliare grano domestico, probabilmente raso suolo, per poter raccogliere l’interezza della paglia.


Un recente articolo, pubblicato sulla rivista Evolutionary Anthropology, a firma di docenti dalla Sapienza e dell’Università di Padova, si inserisce nell’attuale dibattito sull’origine evolutiva di Homo sapiens. La forma globulare di crani umani ritrovati in Etiopia, e comune a tutta l’umanità moderna, suggerisce che la specie sia nata da un piccolo gruppo isolato
Le ipotesi sull’origine di Homo sapiens sono sempre di grande interesse. L’ultimo significativo contributo al tema è fornito dall’articolo Pan‐Africanism vs. single‐origin of Homo sapiens: putting the debate in the light of evolutionary biology, pubblicato sulla rivista Evolutionary Anthropology, a firma di Giorgio Manzi, paleoantropologo del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, e di due docenti dell’università di Padova, la filosofa della scienza Andra Meneganzin e lo storico e filosofo della biologia Telmo Pievani.


Gli ultimi scavi archeologici presso il sito preistorico ligure di Arma Veirana, condotti da un team internazionale di cui fanno parte ricercatori della Sapienza, forniscono prove riguardo l’utilizzo del marsupio per neonati già 10.000 anni fa
I marsupi portabebè esistevano già nell’antichità. A confermarlo gli ultimi scavi archeologici condotti presso il sito preistorico di Arma Veirana in Liguria, guidati da Claudine Gravel-Miguel (Arizona State University - ASU) in collaborazione con Emanuela Cristiani e Andrea Zupancich del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Maxillo Facciali della Sapienza (DANTE - Diet and Ancient Technology laboratory).

Le ricerche, confluite in un recente articolo pubblicato sul Journal of Archaeological Method and Theory, forniscono prove riguardo l’uso di marsupi per neonati risalenti a circa 10.000 anni fa.


La Sapienza è nel team di ricerca internazionale che sta completando l’analisi dei dati genomici delle popolazioni della regione geografica nota come “Arco meridionale”. I risultati di questi studi, confluiti in tre articoli pubblicati sulla rivista Science, gettano nuova luce sui percorsi di vita degli abitanti delle società del passato e sulla diffusione e diversificazione delle loro lingue
Tre articoli, pubblicati simultaneamente sulla rivista Science, riportano i dati genomici di 727 individui antichi provenienti da contesti archeologici datati agli ultimi 11.000 anni che confermano consolidate ipotesi archeologiche, genetiche e linguistiche e permettono di colmare le principali lacune nella documentazione paleogenetica della regione definita come “Arco meridionale”.

Si tratta dell’area geografica che si estende dal Caucaso e dal Levante attraverso l’Anatolia e l’Egeo fino ai Balcani, formando un ponte tra Europa e Asia, dove sono emerse e fiorite le prime civiltà e le prime culture umane che hanno esercitato un profondo impatto sulla civiltà umana nel suo complesso.

 Gli ultimi studi condotti presso il sito preistorico di Grotta Romanelli, realizzati da Sapienza, Università di Torino, Statale di Milano e Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (Igag) del Cnr, hanno permesso di retrodatare i livelli basali del deposito di grotta a circa 350mila anni fa.

 Le origini del sito preistorico di Grotta Romanelli in Puglia sono molto più antiche di quanto i ricercatori hanno ritenuto finora. Gli ultimi rilevamenti geologici e le attività di scavo infatti hanno permesso di ricostruire l’evoluzione della grotta, che ha iniziato a riempirsi molto tempo prima di quanto creduto finora, con modalità simili probabilmente a quelle di altre grotte del tratto di costa salentino in esame. Uno studio realizzato da Sapienza, Università di Torino, Statale di Milano e Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag), appena pubblicato sulla rivista Nature-Scientific Reports, dimostra che uomini e animali hanno iniziato a lasciare testimonianza della loro presenza nei sedimenti della grotta molto prima di quanto indicato dalle ricerche passate.


 

Lo studio, effettuato da un team italo-irlandese guidato da Valentina Rossi (University College Cork, Irlanda) e da Giorgio Carnevale di UniTo.

Lo studio, effettuato da un team italo-irlandese guidato da Valentina Rossi della University College Cork, Irlanda e da Giorgio Carnevale dell’Università di Torino, è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “Palaeontology”.


Uno studio multidisciplinare firmato dalle Università Sapienza, Bologna e Parma fornisce la descrizione più completa di un campione di lupo del Medioevo in Italia
È stato pubblicato nei giorni scorsi un importante articolo sullo studio di un cranio fossile di lupo (Canis lupus), rinvenuto nel settembre 2018 nel Fiume Po da Davide Persico, Professore associato presso l’Università di Parma e autore senior che ha diretto lo studio.

Il fossile, completo e in ottimo stato di conservazione, è esposto nel Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR) ed è già stato oggetto di uno studio paleogenetico nel 2019. Nel recente articolo scientifico però, viene presentata la sua prima descrizione completa basata su un approccio multidisciplinare.

Il riconoscimento e la prima classificazione tassonomica dell’esemplare, nonché la determinazione dell’età anagrafica e del sesso, sono state eseguite attraverso un’analisi biometrica svolta presso il Dipartimento di Scienze Chimiche della Vita e della Sostenibilità ambientale dell’Università di Parma.

 

L’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con l’Ufficio Beni Archeologici di Bolzano, ha studiato i resti umani cremati provenienti da un luogo di cremazione della fine dell’età del Bronzo (1150-950 ca a.C.), che rappresenta un tipo non ancora documentato di luogo di culto funerario. La pubblicazione su PLOS ONE.


Nel sito archeologico di Salorno (BZ) è stata ritrovata un’area di cremazione che rappresenta un unicum per quantità di resti bruciati e che potrebbe anche rivelare una nuova modalità funeraria, non comune nell’età del Bronzo. La ricerca, pubblicata su PLOS ONE è stata realizzata da un team del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con l’Ufficio Beni Archeologici di Bolzano.

 

Uno studio sui resti fossili del più grande triceratopo mai scoperto mostra lesioni al cranio che potrebbero derivare da un combattimento con un altro dinosauro della stessa specie. L’analisi è stata possibile anche grazie ad un progetto di formazione e ricerca che ha coinvolto uno studente di Paleontologia dell'Alma Mater.
I resti fossili di “Big John”, il più grande triceratopo mai scoperto, mostrano lesioni al cranio che potrebbero derivare da un combattimento con un altro dinosauro della stessa specie. La scoperta – pubblicata su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature – nasce da uno studio che ha coinvolto ricercatori dell’Università degli Studi “G. d'Annunzio” Chieti-Pescara, del laboratorio Zoic di Trieste e dell’Università di Bologna.

 

I resti del più antico Homo sapiens “europeo”, rinvenuti nella grotta di Bacho Kiro oltre 45.000 anni fa, appartenevano ad individui geneticamente più simili alle moderne popolazioni dell’Asia orientale che agli europei moderni. Un nuovo studio ha cercato di risolvere questo mistero contestualizzando questi individui nell’ambito degli altri genomi eurasiatici del Paleolitico e analizzando congiuntamente genetica ed evidenze archeologiche.


La colonizzazione dell'Eurasia, da parte di Homo sapiens, è avvenuta attraverso almeno tre ondate di espansione a partire da un hub fuori dall'Africa. I resti umani rinvenuti nella grotta di Bacho Kiro (nell'attuale Bulgaria) ed analizzati circa un anno fa hanno mostrato un risultato sorprendente: questi individui erano geneticamente più simili alle moderne popolazioni dell’Asia orientale che agli europei moderni. Nonostante siano stati proposti vari scenari per spiegare la scoperta, questo risultato inaspettato ha finora sollevato più domande che risposte riguardo agli antichi movimenti di popolazione che potrebbero spiegare la presenza di individui con tali caratteristiche genetiche nell’Europa di 45.000 anni fa.


Un nuovo studio - pubblicato su Genome Biology and Evolution con il titolo “Genetics and material culture support repeated expansions into Paleolithic Eurasia from a population Hub out of Africa” - ha cercato di risolvere questo mistero da un lato contestualizzando questi individui nell’ambito degli altri genomi eurasiatici del Paleolitico e dall’altro analizzando congiuntamente genetica ed evidenze archeologiche. La ricerca è stata condotta dal Dr. Leonardo Vallini e dal Professor Luca Pagani del Dipartimento di Biologia dell'Università di Padova, in collaborazione con la Dr.ssa Giulia Marciani e il Professor Stefano Benazzi dell'Università di Bologna.

 

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