Lo studio del polline fossile ridisegna la portata della Peste Nera in Europa

Università di Roma La Sapienza 21 Feb 2022
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Un nuovo studio, condotto da ricercatori della Sapienza e del Max Planck Institute for the Science of Human History, ha dimostrato, grazie all’analisi di pollini fossili provenienti da 19 paesi europei, che la terribile pandemia non colpì tutte le regioni del vecchio continente, ma si diffuse a macchia di leopardo. I risultati sono pubblicati sulla rivista Nature Ecology and Evolution
La Peste Nera, che ha afflitto l’Europa, l’Asia occidentale e il Nord Africa dal 1347 al 1352, è la maggiore e più nota pandemia della storia. Gli studiosi hanno stimato che circa il 50% della popolazione europea ne fu vittima.

Tuttavia una recente ricerca della Sapienza e del Max Planck Institute for the Science of Human History, pubblicata sulla rivista Nature Ecology and Evolution, confuta le ricostruzioni storiche passate e dimostra che la mortalità della Peste Nera in Europa non è stata così elevata come si pensava. Soprattutto dimostra come la sua diffusione nel vecchio continente sia avvenuta a macchia di leopardo, colpendo duramente alcune regioni e in misura minore delle altre.

A questi risultati i ricercatori sono arrivati grazie all’analisi del polline fossile proveniente da 261 siti (laghi, torbiere e paludi) in 19 Paesi dell’Europa.

Lo studio del polline ha consentito di comprendere i cambiamenti nei paesaggi e nelle attività agricole intercorsi tra il 1250 e il 1450 d.c., cioè 100 anni prima e 100 anni dopo la pandemia.

Il team internazionale di studiosi guidato dal gruppo Paleo-Science and History del Max Planck Institute for the Science of Human History e coordinato da Alessia Masi, ricercatrice del Dipartimento di Biologia ambientale e dallo storico Adam Izdebski, ha utilizzato un nuovo approccio, chiamato Big-data paleocology (BDP).

Il gruppo di ricerca ha analizzato 1634 campioni contenenti polline per osservare le tipologie e quantità di piante cresciute, nonché determinare l’entità delle attività agricole e della presenza di piante spontanee prima e dopo la pandemia. Infatti, lo fruttamento del territorio dovuto alle attività agricole e di diboscamento in epoca preindustriale dipendeva dalla disponibilità di forza lavoro: terreni molto coltivati attestano la presenza di popolazioni consistenti; al contrario aree incolte ne dimostrano l’assenza.

Dai risultati emerge una grande variabilità nell’uso del territorio e quindi nei tassi di mortalità. In particolare, regioni come la Scandinavia, la Francia, la Germania sud-occidentale, la Grecia e l’Italia centrale presentano un forte declino agricolo a riprova degli alti tassi di mortalità già attestati in numerose fonti medievali. Al contempo, molte aree, tra cui gran parte dell’Europa centrale e orientale e dell’Europa occidentale come l’Irlanda e la penisola iberica, hanno registrato una continuità se non addirittura una crescita nelle attività sul territorio.

La ricerca dimostra che, per studiare il tasso di mortalità in una specifica regione e misurare il cambiamento dei paesaggi, è importante utilizzare nuovi approcci, come ad esempio la BDP.

Finora, molte delle fonti utilizzate per quantificare il fenomeno provenivano da aree urbane dove era certamente più facile raccogliere informazioni e tenere registri ma che allo stesso tempo si caratterizzavano per affollamento e scarse condizioni igieniche. Tuttavia, verosimilmente, a metà del XV secolo, più del 75% della popolazione in ogni regione europea era rurale.

“La significativa variabilità nella mortalità che il nostro approccio BDP identifica rimane da spiegare, ma i contesti culturali, demografici, economici, ambientali e sociali locali devono aver influenzato la prevalenza, la morbilità e la mortalità data da Y. pestis”, afferma Laura Sadori, coautrice dello studio insieme a Cristiano Vignola del Dipartimento di Biologia ambientale e a Lucrezia Masci del Dipartimento di Scienze della Terra.

Le differenze nella mortalità in Europa evidenziano che la Peste Nera era una malattia dinamica, con fattori culturali, ecologici, economici e climatici che influivano sulla sua diffusione e sul suo impatto. “Non esiste un unico modello di pandemia che possa essere applicato a qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, indipendentemente dal contesto”, sostiene Adam Izdebski che aggiunge “Le pandemie sono fenomeni complessi che hanno storie regionali e locali. Abbiamo visto questo con COVID-19, ora lo abbiamo dimostrato con la Peste Nera”.

 

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