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Lo studio dell’Università di Pisa pubblicato sulla rivista “Ecological Indicators” Biodegradabili, ma non innocue per l’ambiente, tanto da causare anomalie e ritardi nella crescita delle piante. E’ questo quanto emerge da uno studio sulle buste compostabili condotto da un team di biologi e chimici dell’Università di Pisa. La ricerca pubblicata su “Ecological Indicators”, rivista tra le più rilevanti nel settore delle scienze ambientali, ha esaminato l’impatto sulla germinazione delle piante delle più comuni buste di plastica per la spesa. In particolare l’analisi ha riguardato le tradizionali shopper non-biodegradabili realizzate con polietilene ad alta densità (HDPE) e quelle di nuova generazione, biodegradabili e compostabili, realizzate con una miscela di polimeri a base di amido. I ricercatori hanno esaminato gli effetti fitotossici del lisciviato, ossia della soluzione acquosa che si forma in seguito all’esposizione delle buste agli agenti atmosferici e alle precipitazioni. Da quanto è emerso, entrambe le tipologie di shopper rilasciano in acqua sostanze chimiche fitotossiche che interferiscono nella germinazione dei semi, con la differenza che i lisciviati da buste non-biodegradabili agiscono prevalentemente sulla parte aerea delle piante mentre quelli delle buste compostabili sulla radice. “Nella maggior parte degli studi condotti finora sull’impatto della plastica sull’ambiente, gli effetti delle macro-plastiche sulle piante superiori sono stati ignorati – spiega il professore Claudio Lardicci dell’Ateneo pisano – la nostra ricerca ha invece dimostrato che la dispersione delle buste, sia non-biodegradabili che compostabili, nell’ambiente può rappresentare una seria minaccia, dato che anche una semplice pioggia può causare la dispersione di sostanze fitotossiche nel terreno. Da qui l’importanza di informare adeguatamente sulla necessità di smaltire correttamente questi materiali, considerato anche che la produzione di buste compostabili è destinata a crescere in futuro e di conseguenza anche il rischio abbandonarle nell’ambiente”.

Pubblicato in Ambiente

Un nuovo studio internazionale, coordinato dalla Sapienza in collaborazione l’European Molecular Biology Laboratory - Rome, il Queen Mary University of London e il California Institute of Technology, fa luce per la prima volta sul meccanismo biologico di inattivazione del cromosoma sessuale X alla base dell’ereditarietà genetica. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Structural & Molecular Biology La determinazione del sesso nei mammiferi, e dunque nell’uomo, è definita dalla presenza di cromosomi sessuali: i maschi sono portatori di una coppia eteromorfica di cromosomi (XY) e le femmine hanno due cromosomi identici (XX). Uno specifico processo biologico detto di inattivazione del cromosoma X prevede la perdita di funzione di uno dei due cromosomi delle femmine: in questo modo si bilancia la quantità dei geni ereditati, evitando la sovraespressione dei loro prodotti (proteine) e la conseguente insorgenza di anomalie genetiche come la sindrome della tripla X, nota anche come trisomia X.

Pubblicato in Genetica
Pubblicato sulla rivista Chemosphere uno studio coordinato dall’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Cnr. La ricerca, con una tecnica analitica specifica per la determinazione del metallo contaminante, conferma i livelli trascurabili per la salute della popolazione L’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Idpa) ha coordinato uno studio sulle concentrazioni di mercurio (Hg) nelle acque minerali naturali italiane in bottiglia. La ricerca “Ultra-trace determination of total mercury in Italian bottled waters” (determinazione di ultra-tracce di mercurio nelle acque in bottiglia italiane) è stata pubblicata sulla rivista Chemosphere, in collaborazione con l’Istituto di nanotecnologia (Cnr-Nanotec), l’Università della Calabria (Unical), le Università Sapienza di Roma, degli Studi di Ferrara, Ca’ Foscari di Venezia e Magna Graecia di Catanzaro.
Pubblicato in Ambiente
Un nuovo studio dell’Istituto di scienze marine del Cnr, uscito sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, documenta ad altissima risoluzione l’impronta delle attività dell’uomo in un ambiente spesso trascurato perché non visibile. L’innovativa mappatura svolta con strumenti geofisici potrà essere usata in altri ambienti a bassa profondità, come lagune e aree costiere. Rilevanti le strutture erosive create alla base di dighe e moli, che potrebbero mettere in pericolo le stesse infrastrutture Un nuovo studio dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar) di Venezia, appena uscito sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, documenta l’impronta di molteplici attività dell’uomo sui fondali della Laguna di Venezia attraverso una mappatura svolta con strumenti geofisici ad altissima risoluzione. L’approccio, molto innovativo in ambienti a bassissima profondità, potrà essere usato in altre lagune e aree costiere del nostro pianeta per capire quanto siano pervasivi gli impatti delle attività antropiche. “Grazie a una sorta di ecografia del fondale, ottenuta grazie ad uno strumento che ‘vede’ con risoluzione centimetrica su una fascia larga alcune decine di metri ai lati dell’imbarcazione, che si muove su rotte successive tra loro parallele, sono stati per la prima volta documentate tracce di dragaggi, solchi incisi dalle chiglie di navi fuori rotta su bassi fondali o dai motori delle barche e dalle eliche dei vaporetti alle fermate, che in condizioni di bassa marea ‘arano’ il fondale”, spiega Fantina Madricardo, prima firmataria di questo articolo scientifico. “Di grande rilevanza sono le strutture erosive operate dalle correnti di marea attorno alla maggior parte delle infrastrutture costiere realizzate su base subacquea, come i moli detti ‘lunate’ che proteggono le bocche di porto dalle onde marine, dove si sono formate depressioni di alcuni metri nel giro di pochissimi anni successivi alla loro costruzione. Effettuare rilievi ripetuti nei prossimi anni con gli stessi strumenti utilizzati in questo studio permetterà di individuare precocemente e, sperabilmente, prevenire eventuali crolli delle dighe stesse”. Lo studio conferma poi la presenza di una gran quantità di rifiuti marini nei canali lagunari. “Non ci si deve preoccupare solo della presenza sempre più invasiva di rifiuti antropici sulla superficie del mare o sulle spiagge, ma anche di quelli che si accumulano sul fondale, per certi versi più rischiosi proprio in quanto invisibili”, ricorda Elisabetta Campiani, responsabile dell’analisi dell’elaborazione dei modelli digitali del terreno e, assieme a Federica Foglini, della produzione delle immagini. “Sono necessari la massima cura e un team molto articolato e preparato per elaborare masse di dati digitali enormi e sfruttarli al massimo della risoluzione spaziale, in modo da non tralasciare nessun segno delle molteplici e non sempre note attività dell’uomo sui fondali”.
Pubblicato in Ambiente
Lo studio internazionale coordinato dai ricercatori dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna si presta ad applicazioni avveniristiche come le coltivazioni nello spazio Le piante sono spesso definite come i polmoni verdi del nostro pianeta eppure per produrre nuove foglie e fiori hanno bisogno di poco ossigeno. La scoperta arriva da uno studio internazionale appena pubblicato su Nature e condotto dai ricercatori dell’Università di Pisa, Acquisgrana, Copenhagen, Heidelberg e della Scuola Superiore Sant’Anna. “L’identificazione di questa capacità delle piante – spiega Francesco Licausi, professore associato di fisiologia vegetale all’Università di Pisa e coordinatore della ricerca – può avere molteplici applicazioni, fra cui ad esempio la selezione di specie capaci di resistere a stress ambientali che riducono l’ossigeno, come le alte temperature o le inondazioni, ma anche per scenari più avveniristici come le coltivazioni nello spazio, dove le condizioni di microgravità riducono appunto il trasporto di ossigeno”. Armati di una combinazione di sensori microscopici, di tipo elettronico e biotecnologico, i ricercatori sono arrivati a individuare questo meccanismo nelle piante misurando i livelli di ossigeno in una regione di circa poche centinaia di cellule, definita ‘meristema del germoglio’. In questo modo, hanno potuto osservare che i livelli di ossigeno calano drasticamente proprio nei tessuti responsabili della produzione di nuove foglie e fiori dove agisce una proteina sensibile all’ossigeno, chiamata ZPR2.
Pubblicato in Ambiente
Un aumento del tasso di raccolta differenziata del 10 per cento produce una riduzione di rifiuti pro-capite dall’1,5 al 2 per cento. Sono i dati di una recente analisi (Recycling and waste generation: an estimate of the source reduction effect of recycling programs) condotta da Giacomo Degli Antoni dell’Università di Parma e da Giuseppe Vittucci Marzetti dell’Università di Milano-Bicocca, appena pubblicata sulla rivista Ecological Economics (https://doi.org/10.1016/j.ecolecon.2019.04.002). Nel 2017 in Italia si sono prodotti 489 Kg di rifiuti urbani pro-capite, un dato sostanzialmente in linea con la media europea. La percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani è però cresciuta in modo significativo negli ultimi 25 anni, passando dal 5 per cento nel 1995 al 55,5 per cento nel 2017: questo risultato è indubbiamente connesso agli sforzi messi in campo in tema di politiche nella gestione dei rifiuti, sempre più orientate a sistemi di raccolta porta a porta. A livello regionale, la produzione pro-capite di rifiuti urbani presenta una discreta variabilità, passando dai 653 Kg dell’Emilia Romagna ai 346 Kg della Basilicata. In generale, le regioni del Sud, anche per motivi connessi ai livelli di reddito, producono meno rifiuti pro-capite delle regioni del Centro e del Nord. Una simile dicotomia sembra caratterizzare il nostro Paese anche in termine di tassi di raccolta differenziata. Quest’ultima passa da un valore medio del 66,2 per cento al Nord, al 51,8 per cento del Centro e al 41,9 per cento del Sud. A prima vista, nulla sembra quindi indicare un legame virtuoso fra raccolta differenziata e generazione dei rifiuti.
Pubblicato in Ambiente
Un nuovo studio pubblicato su Nature mostra che il contributo al rilascio di CO2 profonda nelle zone di avanarco - una delle zone intorno gli archi vulcanici - è maggiore di quanto si pensasse e che i microorganismi estremofili che vivono nel sottosuolo contribuiscono, assieme alla precipitazione di calcite, a rimuovere fino al 94% del flusso di CO2 in questa zona, con conseguenze su geologia e clima. I risultati ottenuti da un team di ricerca del Cnr-Irbim e Università Federico II di Napoli Possono i microbi presenti in ambiente influenzare processi geologici su grande scala? Apparentemente si. Un nuovo studio, pubblicato su Nature, mostra che i microorganismi presenti nel sottosuolo sono direttamente o indirettamente responsabili del sequestro di grandi quantità di CO2 proveniente dal riciclo della crosta terrestre in zone di subduzione. Lo studio ha visto impegnate 27 istituzioni di sei paesi: tra i coautori e responsabili scientifici del progetto Donato Giovannelli, ricercatore presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II ed associato presso l'Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine di Ancona (Cnr-Irbim); nel team anche Elena Manini e Francesco Smedile del Cnr-Irbim di Ancona e Messina. Il progetto è finanziato dal consorzio internazionale Deep Carbon Observatory, primo autore Peter Barry del Wood Hole Oceanographic Institution (Usa), tra gli altri autori Maarten de Moor dell'Osservatorio Vulcanologico della Costa Rica (Ovsicori), Karen Lloyd dell'Università del Tennessee a Knoxville e Francesco Regoli dell’Università Politecnica delle Marche.
Pubblicato in Medicina
Un team di ricercatori del Dipartimento di Scienze biochimiche A. Rossi Fanelli ha definito per la prima volta la variazione dell’alternanza luce/buio come fattore scatenante di risposte immunitarie incontrollate, alla base di molte malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. Lo studio, che apre nuove prospettive cliniche, è pubblicato sulla rivista Amino Acids Numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato l’esistenza di singolari variazioni nella distribuzione geografica della prevalenza della sclerosi multipla (SM): è ormai accertato che all’aumentare della latitudine aumenti anche la prevalenza di questa malattia autoimmune. Tuttavia, la causa scatenante di tale disomogeneità fino a oggi è rimasta sconosciuta. Il nuovo studio, coordinato da Enzo Agostinelli del Dipartimento di Scienze biochimiche A. Rossi Fanelli, identifica nell’orologio circadiano il principale fattore coinvolto e propone un modello eziologico della malattia (che considera cioè anche le cause) coerente sia con questo fattore geografico, sia con altri parametri quali le variazioni etniche, di sesso o dello stile di vita. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Amino Acids della Springer-Verlag GmbH. “L’assunto fondamentale, che ha portato allo sviluppo del nuovo paradigma, – spiega Enzo Agostinelli – è che aumentando la latitudine, la continua e crescente diversità dell’alternanza luce-buio delle giornate desincronizzi gli orologi circadiani centrali e periferici. Tale alterazione a sua volta può compromettere il sistema immunitario dell'organismo, innescando l'autoimmunità e, con essa, la sclerosi multipla”. La principale caratteristica degli orologi circadiani è la capacità di rispondere e sincronizzarsi con stimoli ambientali esterni, detti “zeitgebers” (dal tedesco, zeit = tempo, geber = che dà), primo fra tutti la luce e dunque l’alternanza luce-buio, ma anche la temperatura, il cibo e alcuni segnali sociali come variazioni del ritmo sonno-veglia (jet-lag, ora legale, lavoro notturno).
Pubblicato in Medicina
Lo rivela una ricerca condotta da ricercatori e medici dell’Università Cattolica – sede di Roma e Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS pubblicata sulla rivista scientifica “Brain Stimulation”. Coinvolti finora circa quaranta pazienti ipovedenti. Con una piccola stimolazione elettrica diretta dall’esterno, in modo assolutamente non invasivo, a retina e nervo ottico si possono ottenere dei miglioramenti visivi nei casi di ipovisione più o meno grave. È quanto hanno dimostrato ricercatori e medici dell’Università Cattolica – sede di Roma e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. È il risultato di uno studio su circa quaranta pazienti condotto dal dottor Giuseppe Granata, neurologo presso il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e coordinato dal professor Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area di Neuroscienze del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e Ordinario di Neurologia all’Università Cattolica - sede di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica “Brain Stimulation”. Gli esperti si sono avvalsi della ‘stimolazione elettrica transcranica’, una tecnica già in uso clinico per malattie quali la depressione maggiore. “Si tratta - spiega il neurologo del Gemelli Granata - di una stimolazione elettrica non invasiva con corrente alternata che si applica vicino agli occhi mediante degli elettrodi a coppetta che il paziente percepisce al massimo come un piccolo formicolio o una leggerissima scossa elettrica”. “Secondo studi recenti - continua Granata - la stimolazione sarebbe in grado di eccitare la retina e in parte anche il nervo ottico”. “Noi l'abbiamo testato su pazienti ipovedenti di varia gravità (da marcata riduzione del campo visivo alla cecità praticamente completa), colpiti sia da lesioni retiniche che del nervo ottico e cerebrali – aggiunge Granata – coinvolgendo a oggi circa quaranta pazienti”.
Pubblicato in Medicina
E' una necessità fondamentale fin dai primi istanti di vita. Una giusta quantità di acqua, maggiore componente del latte materno, mantiene l'idratazione, permette di eliminare le scorie del metabolismo, migliora la capacità di attenzione dei bambini. Dal latte alle bevande vegetali, dall'acqua alle spremute di frutta, nel nuovo numero di ‘A scuola di salute', il magazine digitale a cura dell'Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell'Adolescente, diretto dal prof. Alberto G. Ugazio, una guida alle diverse bevande disponibili e i consigli per assumere liquidi in modo corretto nelle varie fasi della crescita. La quantità di liquidi di cui si ha bisogno varia in relazione all'età, alle condizioni di salute, all'attività fisica e al regime alimentare. Si comincia a bere con il latte materno, alimento che fornisce i nutrienti necessari per una buona crescita e un normale sviluppo. E' composto per circa l'87% di acqua e da una proporzione ben bilanciata di proteine, grassi e carboidrati. E' facilmente digeribile e soddisfa tutti i fabbisogni alimentari del bambino nei primi 6 mesi di vita. In questo periodo è indicato come alimento esclusivo dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dalle più importanti società scientifiche per la nutrizione. Nel secondo semestre l'offerta di latte materno viene integrata con altri alimenti ed è raccomandata anche durante il secondo anno di vita ed oltre. L'assunzione di latte materno tramite allattamento al seno comporta molti benefici a tutti i bambini, compresi i neonati prematuri: sono più protetti dal rischio di contrarre infezioni, allergie o malattie complesse come diabete di tipo 1 e 2, sindrome dalla morte improvvisa, linfomi e leucemie, obesità, patologie croniche intestinali, ipertensione arteriosa e, nel caso dei nati pretermine, da infezioni sistemiche, retinopatia, displasia broncopolmonare ed enterocolite necrotizzante. Allattare al seno, inoltre, migliora la relazione con la mamma e accresce il quoziente intellettivo del bambino. Quando la mamma non può allattare, nei primi 6 mesi di vita l'alternativa è il latte ‘di formula', un derivato del latte vaccino, in polvere o liquido, con una composizione di nutrienti che si ispira a quello umano. Anche se ben tollerato, non è un alimento sovrapponibile al latte materno. Le formule di ‘proseguimento' sono utilizzate tra i 6 mesi e il primo anno di vita, mentre il latte ‘di crescita' è destinato ai bambini da 1 a 3 anni di età.
Pubblicato in Medicina

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