Federico II: bimbo di sei anni venezuelano guarisce dall’epatite C con un farmaco innovativo durante il lockdown

Azienda Ospedaliera Universitaria "Federico II" 25 Nov 2020
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Vincente il lavoro di equipe e l’efficacia del percorso terapeutico


Solare con occhi scurissimi, apparentemente timido ma in realtà affettuoso e cordiale con tutti. Questo è il piccolo Alejandro (nome di fantasia per tutelarne la privacy), ha solo 6 anni e viene dal Venezuela. Arriva a Napoli con la sua famiglia due anni fa, in cerca di una speranza. Nel suo Paese ha ricevuto una diagnosi di leucemia linfoblastica acuta, un tumore del sangue a progressione rapida. Il piccolo è subito affidato alle cure degli ematologi dell’Ospedale Santobono-Pausilipon che propongono, come strategia per sconfiggere la malattia leucemica
recidivante, un trapianto di cellule staminali. Ma a rendere difficile l’avvio del programma terapeutico è la presenza di un’infezione da virus dell’Epatite C, contratta dal piccolo durante le cure effettuate per debellare la leucemia. Questa infezione, infatti, rischia di compromettere severamente il fegato nell’immediato periodo pre- e post-trapianto di cellule staminali.

Ed è qui che entra in gioco l’equipe dell’Epatologia Pediatrica dell’AOU Federico II guidata da Raffaele Iorio, «Purtroppo in Italia fino a tre mesi fa, non era possibile effettuare un trattamento farmacologico per l’epatite C in un bambino così piccolo. In età pediatrica, l’utilizzo dei nuovi farmaci antivirali per l’Epatite C era autorizzato dall’età di 12 anni – spiega il professor Iorio - per questo abbiamo dovuto creare una rete di collaborazione tra il gruppo di epatologi pediatri federiciani da me guidati e il reparto di Trapianto di midollo osseo del Santobono-Pausilipon, diretto da Mimmo Ripaldi e ad oggi guidato da Francesco Paolo Tambaro, per trovare una soluzione urgente all’epatite C del piccolo».


Comincia così il complesso iter per sostenere la fattibilità di un trattamento farmacologico a base dell’antivirale sofosbuvir-ledipasvir, un farmaco a cui il piccolo paziente non avrebbe avuto diritto data la sua giovanissima età. Ottenuta l’approvazione del Comitato Etico, il professor Iorio, insieme a Fabiola Di Dato, specialista in pediatria e dottoranda di ricerca, contatta la casa farmaceutica, che fornisce gratuitamente il farmaco per il piccolo. Nel frattempo, il bambino, persistentemente infetto dal virus dell’epatite C, non può più aspettare; il trapianto di cellule staminali va assolutamente effettuato. Gli ematologi del Santobono-Pausilipon decidono di trapiantarlo, una scelta che si rivela vincente per il controllo del processo leucemico.

Purtroppo, però, il virus dell’epatite C continua a replicarsi.
L’equipe della Federico II interviene proprio durante il periodo buio del lockdown ed Alejandro inizia le sue dodici settimane di terapia. Un storia a lieto fine: oggi il piccolo venezuelano è un bambino felice e sereno, trapiantato di cellule staminali, senza cellule leucemiche in circolo e senza virus C nel fegato e nel sangue. Presto tornerà in Venezuela, per il momento è ancora amorevolmente seguito dalle equipe che lo hanno accompagnato nel percorso terapeutico ed è in follow-up post-trapianto e post-terapia per HCV. «In un momento storico come quello odierno in cui sembrano esserci poche armi per contrastare il Sars-Cov-2, dà a tutti noi una grande speranza la consapevolezza che il virus dell’epatite C, che fino a pochi anni fa sembrava difficilmente eradicabile, può essere neutralizzato da una serie di nuovi farmaci sicuri e maneggevoli e sembra pertanto destinato a scomparire e a non influenzare più negativamente la vita di tante persone», aggiunge Iorio.


«Tra le caratteristiche che contraddistinguono l’attività assistenziale del nostro Policlinico - dice il direttore generale Anna Iervolino - c’è un’importante capacità di fare rete, di costituire network multispecialistici in grado di rispondere con efficacia anche alle sfide di casi tanto complessi. Il Policlinico federiciano si è sempre contraddistinto per la sua capacità di apertura e per la proattività con la quale è in grado di dare corso alle esigenze di salute dei propri pazienti. In questo caso specifico si è trattato di assistere un bimbo che per curarsi ha dovuto affrontare un lungo viaggio, ed è bello pensare che proprio qui in Campania abbia trovato non solo la speranza, ma la certezza di una vita migliore».

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