Il popolo dei Dolmen siciliani In evidenza

06 Mar 2017 Veronica Rocco
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Cista dolmenica a Butera, Sicilia

 

Nell'antica età del bronzo (fine III millennio a.C.) si diffusero in Europa grandi costruzioni in pietra, i dolmen, rinvenuti da poco anche in Sicilia, seppure con dimensioni più ridotte. Dei loro costruttori si conosce quasi nulla, ma lo studio di due archeologi preistorici siciliani, Salvo Piccolo e Alessandro Bonfanti, tenta  di dissolvere la nebbia che aleggia sul popolo che li ha realizzati nella nostra isola più grande. Da anni, infatti, i due studiosi indagano i contesti che gravitano sui piccoli megaliti siciliani, giungendo a evidenti risultati: “Dolmen, menhir e cromlech – dice Piccolo – sono monumenti preistorici in pietra diffusi un po' ovunque in Europa. I primi, sono costituiti da due pilastri e un lastrone orizzontale sovrapposto, dentro i quali si inumavano i defunti; i secondi erano  segnacoli funerari, allineati e infissi verticalmente nel terreno a indicare, probabilmente, la via siderale per l'aldilà (ad esempio i menhir di Carnac, in Francia). I cromlech, invece, erano costruzioni di forma circolare al cui interno si celebravano riti arcani sollecitati dalle osservazioni astrali. Com'è facile intuire si trattava di architetture parecchio elaborate, testimoni di conoscenze astronomiche sorprendenti che ben si prestavano agli esoterismi religiosi”.

 

 

Chi furono i costruttori di queste fantastiche strutture e, soprattutto, a quale popolo dovettero appartenere? “Il megalitismo europeo – risponde Alessandro Bonfanti, esperto di culture nordiche e autore di una prossima pubblicazione sull’argomento  – ha un'origine remota che accomunava gli Indoeuropei sparsi per il continente. A partire dal Mesolitico (8000 a.C.) nel sud della Scandinavia, in Danimarca, nel Nord della Germania e nella Pomerania polacca si svilupparono diverse culture che parecchi millenni dopo avrebbero originato l’enigmatico bicchiere campaniforme, giunto in Sicilia assieme ai più noti dolmen, costruzioni funerarie consone a una società patriarcale e guerriera volta ai culti celesti e solari, com’era nella tradizione dei popoli nordici indoeuropei”.

 

 

Il Bicchiere campaniforme

 

“Queste architetture – continua Piccolo – scartata una matrice ideologica e spirituale mediterranea, legata più alla terra, si rivolgono al Sole, punto di riferimento vitale dell’Europa preistorica del nord, avvolta nel gelo, e astro supremo della sconfinata distesa uranica, che proprio nel culto megalitico aveva trovato una delle sue massime espressioni. Gli allineamenti dei megaliti, infatti, non erano dettati dal caso, ma seguivano un orientamento astronomico: dal modo in cui venivano disposti si rilevava il punto esatto dell'astro solare al suo sorgere, le precise cadenze stagionali, il divario temporale intercorrente tra anno lunare e quello solare”.

“Un gruppo indoeuropeo costruttore di megaliti – prosegue Bonfanti –  intorno alla seconda metà del VI millennio a.C. si spinse verso sud-est, stabilendosi con i suoi modelli culturali e religiosi lungo il medio corso del Danubio. Questa zona da lì a poco diventò il centro nevralgico dei commerci dei popoli nordici (Germania settentrionale, Danimarca) e consentì a gruppi di essi di allargarsi verso le coste dell'Atlantico e le isole britanniche per impiantarvi nuovi traffici. Queste popolazioni protoceltiche, o meglio, antichissime antenate dei Celti, partendo dalle coste atlantiche della penisola iberica, della Francia settentrionale e delle isole britanniche, crearono, tra il V ed il III millennio a.C.,  una facies culturale di tipo megalitico ancora oggi sorprendentemente riconoscibile”. “Se si osserva una qualsiasi cartina sulla distribuzione dei megaliti – afferma Piccolo – non si può non constatare che tranne qualche irrilevante eccezione l'area di diffusione megalitica è tutta accentrata nell'Europa occidentale atlantica e in quella settentrionale. Già nel V millennio a.C. i megaliti atlantici erano eretti in contemporanea con i tumuli della Cultura del vaso imbutiforme della Scandinavia, della Danimarca, del Nord della Germania e del Nord della Polonia”. “La successiva Cultura del bicchiere campaniforme – continua Bonfanti –  segue lo stesso percorso della Cultura dolmenica atlantica, interconnettendosi con essa nel III millennio a.C., quando i dolmen cominciano a diffondersi verso sud e le aree mediterranee. Per avvalorare questo accostamento basti pensare che i temibili guerrieri del bicchiere campaniforme erano sepolti in tombe a cista litica, rinvenute in aree esclusivamente dolmeniche, come nel caso del cd. “arciere di Amesbury” conosciuto anche come il “Re di Stonehenge”. Certo, Gordon Childe e Marija Gimbutas (due tra i più rinomati archeologi preistorici del secolo scorso) avevano visto bene circa l'indoeuropeità del popolo del “bicchiere campaniforme”, ma si erano sbagliati entrambi riguardo all’epoca e al luogo di provenienza di questa comunità patriarcale e guerriera. Essa, infatti, non si propagò dalle steppe pontiche e dall'area carpatica, a nord del corso danubiano, bensì dall'area centrale nord-europea comprendente la Danimarca e la fascia settentrionale dall'Olanda fino alla Germania; successivamente si portò nell'area atlantica francese ed iberica percorrendo la via dei dolmen verso il Sud dell'Europa.

Aree di diffusione del Bicchiere campaniforme

 

Fu proprio questo popolo a diffondere la facies megalitica dolmenica dall'area atlantica al sud-Europa, ovvero in Corsica, Sardegna e Sicilia, partenndosi da quella parte di Francia sud-orientale che confina con la Liguria. Il corredo funerario di questo periodo, dalla Germania settentrionale a scendere, da una parte, le isole britanniche, la penisola iberica e la Sicilia dall'altra, è infatti molto simile (dal “brassard”, un bracciale da polso per arcieri, ai vasi campaniformi, ai vaghi di collane fabbricati con zanne di cinghiale e altro). Simile è anche la costituzione ossea e la forma cranica degli inumati: ossa appartenenti a individui alti e robusti, con crani dolicomorfi sfenoidi e con gli eurya, nell'area sopra-mastoidea, molto accentuati (caratteristiche, queste, presenti anche nella facies sicana della cultura di Castelluccio, in Sicilia). Io stesso ho avuto la possibilità di esaminare crani dolicomorfi sfenoidi (con la tipica forma ad incudine) al museo Paolo Orsi di Siracusa, durante un lavoro di ricerca svolto su un individuo seppellito dentro una tomba a cista monosoma”.

 

Il Dolmen di Sciacca, Sicilia

“Il popolo che costruì i dolmen della Sicilia – conclude Piccolo – era proprio costituito da   questi soggetti, di corporatura alta, con impianto scheletrico di tipo nordico, dolicomorfi. In altre parole, Indoeuropei”.

Ultima modifica il Martedì, 27 Giugno 2017 21:02
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