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Venerdì, 27 Novembre 2020 14:41

Andy, il biologo che salva gli orsi polari



Non ci sono giorni normali per uno ricercatore di orsi polari. Per oltre 35 anni, Andy Derocher ha studiato gli orsi polari mentre allevano i cuccioli, cacciano e si riproducono, vivendo tantissime esperienze. Con il supporto del WWF, il suo team monitora gli orsi polari della Baia di Hudson occidentale, in Canada.

Quello che non tutti sanno è che un biologo che studia gli orsi polari può lavorare solo nelle giornate di sole, perché le nuvole e la luce piatta rendono impossibile il tracciamento di questi animali. Gli orsi polari si muovono su vaste aree, ed è questo il motivo per cui gli elicotteri sono un altro strumento essenziale per la ricerca. Per portare a termine il lavoro, però, serve occorre uno stomaco di ferro: manipolare gli escrementi di un orso polare può nauseare anche il ricercatore più resistente. Ma tra le attività più difficili, emozionanti e utili per la conservazione di questa specie, c’è la cattura. Il protocollo utilizzato da Andy e dal suo team è sempre lo stesso: individuato un orso dall’elicottero, si anestetizza con un dardo e si attivano i rilieviprima che l'orso si svegli. La cattura di un orso polare deve essere sicura per l'animale, ma anche per l'equipaggio di ricerca.

Pubblicato in Ambiente

Abstract

Lactoferrin is an iron binding protein involved in a large spectrum of biological actions including antimicrobial actions. Lactoferrin plays a central role in ferrokinetics: it binds free iron with great affinity limiting the amount of ions available for microorganism's metabolism. Its role in the host defence mechanisms consists in bacteriostatic and bactericidal effects; moreover it inhibits the proliferation of other microbes such as fungi and viruses. Lactoferrin is also involved in the modulation of immune system and recent studies indicate that lactoferrin directly modulates both production and function of neutrophils and monocytes.

 

https://moh-it.pure.elsevier.com/en/publications/lactoferrin-mechanism-of-action-clinical-significance-and-therape

Pubblicato in Scienceonline

Abstract
The innate immunity protein lactoferrin (Lf) since its discovery from bovine milk in 1939, and then from human and other mammals’ milk has been studied extensively for its structure, function, and multifunctional properties. Lf is an iron-binding glycoprotein present in breast milk (colostral, mature, and whey fraction of milk), and in mammalian secretions such as synovial fluid, seminal plasma, tear fluid, and saliva. Also known as an innate antibiotic as it plays role in iron hemostasis and protection against microbial infections. It has antiinflammatory, immunomodulatory, and immunoregulatory properties and protects against growth and advancement of tumors.

Pubblicato in Scienceonline

 


Una nuova scoperta – effettuata da un team italiano coordinato dai professori Rocco Piazza, professore associato di Ematologia presso la facoltà di Medicina dell’Università di Milano-Bicocca, Carlo Gambacorti-Passerini, professore ordinario di Ematologia presso la stessa facoltà direttore del reparto di Ematologia dell’ospedale San Gerardo – fornisce un contributo importante alla comprensione della patogenesi della Leucemia Mieloide Cronica Atipica (LMCa) e potrebbe nel futuro cambiare il destino dei pazienti affetti da questa malattia. I risultati di questo lavoro di ricerca, condotto sotto il patrocinio della Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) e dell’Associazione “Antonio Castelnuovo”, sono stati pubblicato sull’autorevole rivista “Nature Communications”. L’8 dicembre, inoltre, lo studio sarà presentato dalla dottoressa Diletta Fontana, ricercatrice presso l’Università di Milano-Bicocca e primo autore della pubblicazione, al congresso della Società Americana di Ematologia in sessione plenaria, dove è stato selezionato, insieme ad altri 5 lavori scientifici provenienti da tutto il mondo, nella prestigiosa categoria dei “Late-breaking abstracts”.

Pubblicato in Medicina
Venerdì, 27 Novembre 2020 12:03

La chimica di base dell'elettrolisi dell'acqua



Il passaggio a un’economia basata su fonti di energia rinnovabile richiede l’utilizzo di metodi elettrochimici per convertire l’energia elettrica in energia chimica e in materie prime. Un gruppo di ricercatori del Politecnico di Berlino, del Politecnico di Zurigo, dell’Istituto officina dei materiali del Consiglio nazionale delle ricerche di Trieste e guidato dall’Istituto Fritz Haber di Berlino ha scoperto il meccanismo di reazione di uno dei colli di bottiglia di questi processi, la reazione di evoluzione di ossigeno. Lo studio è pubblicato su Nature. 

Uno dei tasselli fondamentali nella transizione a un’economia basata su fonti energetiche rinnovabili è lo sviluppo di nuovi materiali per l’evoluzione elettrocatalitica dell’ossigeno, momento cruciale nell’elettrolisi dell’acqua. L’elettrolisi è un processo che utilizza energia elettrica per scindere l’acqua nei sui elementi costitutivi, ossigeno e idrogeno, tramite reazioni chimiche. Queste reazioni avvengono sulla superficie dei catalizzatori, elementi che si usano per accelerare o favorire una reazione chimica. In uno studio pubblicato su Nature, il gruppo composto da ricercatori dell’Istituto officina dei materiali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iom), con sede in Area Science Park, Politecnico di Berlino, Politecnico di Zurigo e Istituto Fritz Haber di Berlino, spiega il funzionamento di una delle migliori classi di catalizzatori per la reazione di evoluzione dell’ossigeno: gli ossidi di iridio.

Pubblicato in Chimica


Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Clinical Cancer Research, risultato della collaborazione tra il Dipartimento di Medicina Sperimentale e la Harvard Medical School, ha individuato una molecola in grado di rallentare la crescita tumorale dei linfomi. Il test clinico del farmaco, sviluppato con la casa farmaceutica statunitense miRagen Therapeutics, sta entrando nella seconda fase della sperimentazione
Un team di ricerca internazionale ha dimostrato che l’uso di un farmaco ad azione anti-miRna-155 rallenta in modo importante la crescita tumorale sia in vitro che in vivo nei linfomi più aggressivi. Lo studio è il risultato della collaborazione tra il gruppo del Dipartimento di Medicina sperimentale della Sapienza (Eleni Anastasiadou, primo autore dello studio, Cinzia Marchese e Pankaj Trivedi) e la Harvard Medical School ed è stato appena pubblicato sulla rivista Clinical Cancer Research.

Alla base della scoperta c’è la possibilità per i ricercatori di spegnere a scelta un gene specifico, come un oncogene oppure un oncomiRna, il motore responsabile della proliferazione delle cellule tumorali. I microRNA (miRNA) sono piccole molecole di RNA che, sebbene non codifichino per nessuna proteina, hanno un ruolo fondamentale nella regolazione di processi biologici fondamentali come sviluppo, differenziazione, proliferazione e morte cellulare. Di queste molecole ne esiste un tipo, i miRna oncogenici, in grado di spegnere i geni che ci proteggono dal cancro. Altamente espressi nelle cellule tumorali, questi miRna sono un bersaglio importante delle nuove terapie contro il cancro.

Pubblicato in Medicina

Medicina

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