La NASA rinnova la fiducia alla Lockheed Martin per la gestione dell'osservatorio solare IRIS per studiare la bassa atmosfera della nostra stella madre

 

IRIS, il lavoro continua. La pionieristica sonda Interface Region Imagining Spectrograph – IRIS - costruita e operata dalla Lockheed Martin per conto dell'Agenzia spaziale americana, ha ottenuto un bonus di tempo supplementare per portare a termine il proprio compito: monitorare la bassa atmosfera del Sole e svelare le dinamiche in atto nel cuore del nostro sistema planetario.
La Lockheed Martin, azienda leader nei settori dell'ingegneria aerospaziale e maggiore contraente militare degli Stati Uniti, ha portato recentemente a casa un'estensione di contratto da 19.4 milioni di dollari per il supporto all'osservatorio IRIS, le cui attività tecniche saranno gestite dalla LM almeno fino a settembre 2018, salvo ulteriori proroghe. La missione, posta su un'orbita eliosincrona per tenere d'occhio i movimenti della materia solare, le emissioni energetiche e gli sbalzi di temperatura, ha collezionato 24 milioni di immagini e misurazioni spettrali nei suoi primi tre anni di vita – la prima luce è datata 17 luglio 2013 – realizzando la cartolina più dettagliata della bassa atmosfera del Sole mai spedita dallo spazio.

Un nuovo studio apparso sull'Astrophysical Journal esamina 4 nuovi oggetti celesti giovani e di massa ridotta circondati da dischi attivi. La ricerca potrà chiarire le dinamiche di formazione di stelle e pianeti

 

4 inquilini cosmici di taglia small, giovani e“ingioiellati”, saranno d’aiuto agli astronomi per comprendere le dinamiche di formazione di stelle e pianeti. Sono un quartetto di corpi celesti in fasce circondati da dischi protoplanetari ancora attivi i soggetti dello studio apparso sull’Astrophysical Journal e firmato da un team di scienziati dell’Università di Montreal e del Carnegie Institute of Technology. Gli scienziati che hanno guidato la ricerca hanno preso in esame 4 nuovi corpi celesti di giovane età e di piccola massa mai visti prima, che serbano una caratteristica insolita: le 4 small new entries sono circondate da un disco primordiale di gas e polvere ancora attivo. L’anello detritico attorno ad una stella o ad un pianeta è un dato importante da considerare per determinare l’iter di formazione che porterà alla genesi di un oggetto celeste. Questi dischi, comuni nel panorama spaziale, sono raramente reperibili quando si tratta di nane brune o di astri di massa ridotta.

Un nuovo studio pubblicato sull'Astrophysical Journal Letters realizza un nuovo modello utile ad effettuare il censimento delle galassie nane vicine di casa e a comprendere il legame con la dark matter

 

E’ un grosso enigma di piccola taglia quello rappresentato dalle galassie nane vicine di casa, aggregazioni di stelle che “abitano” nei pressi della Via Lattea, la cui presenza potrebbe fornire la chiave per risolvere il più intrigante dei misteri dell’Universo, quello della materia oscura. Secondo gli astronomi, nel vicinato galattico mancano all’appello molte delle nane predette dai modelli cosmologici: la latitanza di queste congreghe in miniatura solleva molte domande legate alla componente oscura e al suo ruolo nei processi di formazione. La dark matter – ipotetica componente di materia non osservabile conosciuta solo per gli effetti gravitazionali che esercita su gas e polvere di stelle - infatti forma circa un quarto dell’Universo e gioca un ruolo cruciale nei processi di formazione. Perciò è così importante comprenderne il legame con le galassie.

Uno studio basato sui dati di THEMIS evidenzia il legame tra il fenomeno delle aurore e le perturbazioni nel campo magnetico terrestre generate dalle particelle cariche trasportate dal vento solare

 

È uno show di luci e colori che vibra a passo di danza nei pressi dei poli del pianeta, stimolato dall’interazione tra il vento solare e l’atmosfera. Le aurore, un exploit di particelle cariche in viaggio dal Sole che dà vita ad emissioni energetiche a varie lunghezze d’onda che risplendono in archi azzurri, verdi e rossi, sono un fenomeno ottico scrutato con interesse da sempre e studiato nel recente passato con l’ausilio di satelliti, camere e sensori. L’ultima ricerca, realizzata con i dati della missione NASA THEMIS – Time History of Events and Macroscale Interactions during Substorms – e pubblicata sulla rivista Nature Physics, tenta di indagare la natura dell’evento mettendo in relazione cielo e terra, ovvero individuando il legame tra i disturbi provocati dal flusso di particelle cariche trasportate dal vento solare sulla magnetosfera con la risposta osservata al suolo con il naso all’insù. Gli scienziati hanno analizzato la vibrazione del campo magnetico terrestre nel corso del brillamento aurorale nella notte sopra il Canada, evidenziando come lo sbocciare delle aurore coincida con un mutamento nella magnetosfera terrestre.

Un recente studio dell’Isac-Cnr ha scoperto come i tensioattivi organici aumentino la capacità delle nubi marine di riflettere la radiazione solare, con effetti su precipitazioni e clima. Il lavoro pubblicato su Nature Le nubi sono elementi fondamentali del bilancio radiativo del nostro pianeta, cioè del rapporto tra la radiazione solare che arriva sulla Terra e quella che viene riflessa di nuovo verso lo spazio. La limitata capacità dei modelli attualmente elaborati e utilizzati dagli studiosi di riprodurre i processi di formazione ed evoluzione delle nubi, perciò, rappresenta un fattore di incertezza essenziale nell’analisi e nella predizione dei cambiamenti climatici. Un team di ricercatori dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Bologna ha ora confermato dal punto di vista sperimentale un’ipotesi formulata due decenni fa che riveste un’importante rilevanza climatologica. I risultati sono stati pubblicati su Nature.

Lo spettroscopio istallato sull’osservatorio ESO ha individuato una “medusa” nel cluster di Abell2670. La galassia avvistata è peculiare sia nell’aspetto che nelle caratteristiche: appartiene alla famiglia late type ma si comporta come una early

 

MUSE pesca una strana “medusa” nel cuore di Abell 2670. Attraverso il Multi Unit Spectroscopic Explorer, il potente spettroscopio tridimensionale istallato sul Very Large Telescope dell’ESO, un gruppo internazionale di astronomi ha individuato, all’interno dell’ammasso Abell 2670, una fuoriclasse del “mare” con spettacolari code di gas e giovani stelle brillanti.  Si tratta di una cosiddetta galassia medusa, una formazione stellare che deve il suo aspetto alla catena di interazioni tra il suo gas, il cluster di riferimento e la forza di ram. La straordinaria presenza di materiale all’interno di una galassia di tal genere infatti avvia processi di rimodellamento per mezzo dell’azione della pressione di ram (la forza di resistenza generata quando qualcosa si muove attraverso un fluido). In altre parole, mentre una galassia appartenente ad un cluster come Abell 2670 si muove, precipitando verso il centro dell’ammasso, si deforma per via della spinta creata in quell’ambiente ricco di materia. Filamenti lacerati di gas e code in cui si formano stelle, simili a tentacoli blu di una medusa cosmica, illustrano il processo.

Un gruppo di ricercatori americani ha preso in esame un campione di rocce sedimentarie della formazione di Niobrara, in Colorado. In esso, la firma chimica del cambiamento climatico e un indizio a favore della teoria del caos

Con le rocce, dalla parte del caos. Fino ad una manciata di anni fa il Sistema Solare veniva immaginato come un meccanismo eliocentrico regolare, in cui i pianeti orbitavano attorno alla stella madre marciando con la puntualità delle lancette di un orologio con orbite semi periodiche e prevedibili. A partire dal 1989, con l’osservazione delle 'periferie' cosmiche e in particolare con lo studio del piccolo Plutone e del suo incedere irregolare, si è fatta largo la teoria di un moto caotico. Oggi un gruppo di ricercatori del Wisconsin-Madison e della Northwestern University ha trovato una possibile conferma all’ipotesi che il Sistema Solare sia governato dal caos, attraverso l’analisi delle rocce sedimentarie del Colorado: lo studio, apparso ieri su Nature, sembra fornire indizi a sostegno del fatto che le piccole variazioni registrate nel moto dei corpi e ripetute nel corso dei millenni producano grandi cambiamenti. La “teoria del caos” - nota anche come “effetto farfalla” – avrebbe indotto radicali mutamenti climatici, registrati sulla Terra nella memoria delle rocce.

L'osservatorio ESO studia le relazioni tra una galassia attiva al centro del cluster Phoenix e il suo inquilino "mangia materia", fornendo nuovi elementi a sostegno della teoria per cui il buco nero e la galassia ospite evolvono di pari passo

Gli scienziati lo sospettavano da tempo: i buchi neri supermassicci evolvono di pari passo alle galassie che li ospitano e ne plasmano il destino. Gli interrogativi ora riguardano il “come” questi affascinanti oggetti interagiscano con l’ambiente circostante e condizionino la crescita delle galassie che abitano. Una risposta sta tentando di fornirla l’osservatorio ALMA – Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array – il radiointerferometro dell’ESO operante nel millimetrico e nel submillimetrico, che ha “drizzato” le antenne rivolgendo lo sguardo al cluster Phoenix, con l’obiettivo di studiare i rapporti tra la galassia attiva al centro dell’ammasso e il suo buco nero supermassiccio.

L’osservatorio NuSTAR indaga sulle emissioni energetiche profuse dal cuore della galassia di Andromeda. Il reporter NASA, con l’ausilio dei telescopi Swift e Chandra, ha scoperto che si tratta di una pulsar

Uno sguardo energetico mette in luce il cuore pulsante del dirimpettaio. Nel nostro vicinato galattico, a soli 2,5 milioni di anni luce dalla Via Lattea risiede il gruppo stellare M 31 – noto come galassia a spirale di Andromeda – un oggetto celeste vicinissimo (è visibile persino ad occhio nudo dalla Terra nelle notti più buie e terse) che contiene al suo interno una straordinaria fonte di raggi X dall’origine misteriosa. Secondo un recente studio, apparso sull’Astrophysical Journal e realizzato sulla base delle informazioni raccolte da NuSTAR, il detective NASA delle alte energie, il responsabile per quelle emissioni tanto luminose in banda X è una pulsar, ribattezzata Swift J0042.6+4112.

Il telescopio terrestre ha osservato il pianeta con gli anelli nel medio infrarosso, svelandone una brillantezza inversa: le strutture più luminose alla luce visibile sono messe in ombra dall'anello C e dalla Divisione CassiniOcchi su Saturno nel medio infrarosso. Porta la firma dell’osservatorio terrestre Subaru il “negativo” del pianeta con gli anelli: attraverso una “vista” elettronica ad infrarossi, le misteriose e affascinanti strutture anulari aliene – composte da un numero incalcolabile di particelle di ghiaccio e polvere, disposte a cavallo dell’equatore di Saturno - sono state analizzate sotto una luce diversa.Lo studio, condotto sulla base di un reportage realizzato da Subaru nel 2008, rivela infatti un "canone di brillantezza" inverso per gli anelli: nelle immagini composte nella banda infrarossa, la Divisione Cassini e l’anello C appaiono più caldi e luminosi rispetto alle strutture A e B.

 

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