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La ricerca dell’italianista Marina Riccucci dell’Università di Pisa nell’archivio di Castelnuovo di Val di Cecina in uscita sulla rivista “Maritima”. Il sindaco: borse di studio e iniziative per valorizzare la memoria storica del territorio


La prima attestazione nota dell’espressione “Mal di contagio” riferita alla peste del Seicento, quella raccontata da Manzoni ne "I promessi sposi", si trova nell’archivio di Castelnuovo Val di Cecina, e precisamente nelle carte riguardanti Sasso Pisano. Il documento, contemporaneo allo scoppia dell’epidemia che colpì la Maremma nel 1631-2, anticipa di 150 anni l’origine dell’espressione sinora attribuita da lessici e vocabolari a Gaetano Fabbri e alla sua "Lezione intorno alla cagione e alla natura della peste" pubblicata a Firenze nel 1722. La scoperta di questa matrice maremmana del “Mal di contagio” arriva da uno studio dell’italianista Marina Riccucci dell’Università di Pisa in uscita sulla rivista “Maritima”.

Pubblicato in Storia


Si è concluso un progetto di ricerca coordinato dall’Università di Pisa i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Neuroscience


Dopo tre anni di ricerche si è concluso un progetto coordinato dalla professoressa Vittoria Raffa del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa che aveva lo scopo di studiare i meccanismi di rigenerazione del sistema nervoso indotta da stimoli meccanici. I risultati raggiunti sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Neuroscience in un articolo dal titolo “Extremely Low Forces Induce Extreme Axon Growth”. Al progetto di ricerca, intitolato “Mechanotransduction of neurons: a future strategy for the regeneration of spinal cord lesions?” e finanziato dalla Fondazione Wings for Life, ha partecipato anche la University of Seattle.

Il gruppo di ricerca della professoressa Raffa, formato da Alessandro Falconieri, Sara De Vincentiis, Vincenzo Scribano, Samuele Ghignoli, Luciana Dente dell’Ateneo pisano e Nathan Sniadecki e Nikita Taparia dell’Università di Seattle, ha dimostrato che l’applicazione di stimoli meccanici esogeni di intensità uguale o inferiore a quelli generati in vivo è un potente stimolo per la maturazione dei neuroni e per l’accrescimento e la ramificazione dell’assone, prolungamento principale della cellula nervosa responsabile della conduzione degli impulsi nervosi.

Pubblicato in Medicina

 


Per riaprire in sicurezza molti medici si sono fidati di sistemi poco efficaci e poco efficienti

 

Ecco cosa è successo a molti studi medici italiani che volevano riaprire in sicurezza per accogliere al meglio i propri pazienti nella fase post-Covid. Durante il lockdown i professionisti hanno infatti cercato spasmodicamente informazioni su metodi o dispositivi che potessero garantire la certificazione per la riapertura non appena fosse stato possibile, in arena di linee guida ufficiali e coerenti.

Sistemi ad ozonizzazione o a luce UV sono ad esempio apparsi a centinaia sul web e sui giornali ed hanno attratto l’attenzione di molti, senza però evidenziare le problematiche. La voglia di ricominciare dei professionisti italiani ha fatto cadere molti in errore, facendo acquistare prodotti in pronta consegna a costi molto elevanti e che comunque non garantiscono una santificazione H24.

Si stima che uno studio medico spenda oltre 12.000 Euro per essere in regola con le normative vigenti (stima media italiana). È chiaro che ogni soluzione non può prescindere da una pulizia a fondo dei locali, con prodotti oggi più specifici. Ma qual’ è comunque il sistema migliore per sanificare gli ambienti di lavoro?

Studi medici, Ospedali, Ambulatori, RSA: tutti si domandano quale soluzione migliore si possa adottare per rendere l’ambiente indoor sano e sanificato, libero da virus e batteri. Tra i prodotti più indicati si raccomandano quelli a base alcolica o cloridrica, ma poi subentra l’alta tecnologia. Dopo una attenta analisi del mercato internazionale su quanto esista sulla sanificazione, Vedise Hospital SpA – da 35 anni a servizio della Sanità Pubblica e Privata- ottiene l’esclusiva per la commercializzazione di un dispositivo unico al mondo tra i sistemi a fotocatalisi.

Perché la FOTOCATALISI?

Questa tecnologia è pulita, naturale, a basso consumo, di facile applicazione ed estremamente economica.

I più moderni sistemi di sanificazione dell'aria in ambienti chiusi utilizzano la fotocatalisi del Biossido di Titanio, (TiOD più potente e più sicura di qualsiasi altro metodo di sterilizzazione dell'aerosol). Durante il processo di reazione vengono prodotti radicali liberi (Hydroxyl Radical) o radicali OH. I radicali OH attaccano bioaerosol, virus e composti organici volatili, variando la loro configurazione molecolare e dando origine a prodotti di degradazione come H20 e C02, non dannosi per l'essere umano. II radicale OH ha un'emivita di 70-9 secondi e pertanto può solo sopravvivere in prossimità della fonte, rendendo necessario il passaggio di filtrazione forzata dell'aria circostante. La filtrazione viene meno al concetto di sterilizzazione in ambienti indoor in quanto le infezioni secondarie vengono determinate dai batteri assorbiti dai diversi filtri presenti nelle macchine.

 

Pubblicato in Tecnologia
Venerdì, 24 Luglio 2020 08:19

TUTELA DEL PATRIMONIO ARCHEOLOGICO SOMMERSO


Dott. Trigona con anfore

 


La capitaneria di porto di La Spezia emette un’ordinanza a protezione dei relitti scoperti dall’ing. Guido Gay della Fondazione Azionemare

Nel 2012 e nel 2014 l’ing. Guido Gay, della fondazione Azionemare, grazie al sonar a scansione laterale del suo catamarano Daedalus e all’impiego del ROV abissale PlutoPalla, aveva individuato due relitti di navi romane al largo dell’Isola del Tino, rispettivamente a 400 e 500 m di profondità.
Il più profondo, denominato Daedalus 21, si è conservato sostanzialmente intatto, con il suo carico di oltre 2000 anfore vinarie Dressel 1 (di cui 878 visibili in superficie) e vasi, databili intorno al II sec. a.C. Il relitto è lungo circa 25 metri e le immagini scattate dal ROV filoguidato PlutoPalla mostrano chiaramente 4 ceppi d’ancora che hanno permesso di definire la posizione della prua.
Il secondo ritrovamento, denominato Daedalus12, è apparso avvolto in una nuvola di sospensione, gravemente danneggiato dai solchi delle reti a strascico che hanno ridotto le anfore ad un ammasso caotico di frammenti, sparsi su un’area molto vasta.

Pubblicato in Archeologia

 

Pubblicato sugli Scientific Reports di Nature uno studio a cui ha partecipato l’Istituto per le applicazioni del calcolo del Cnr, in collaborazione con colleghi indiani e americani, che propone un vaccino per il Covid-19 sulla base di metodi bioinformatici combinati con la modellistica matematico-statistica. Tale utilizzo ha permesso di trovare porzioni della molecola glicoproteina S del coronavirus capaci di scatenare una risposta immunitaria stabile. 

Tra i principali filoni di ricerca attivati dalla comunità scientifica in seguito allo scoppio della pandemia da coronavirus SARS-CoV-2, per comprendere le dinamiche del contagio, cercare di limitarlo e trovare una cura efficace, fondamentali sono gli studi epidemiologici, per seguire e possibilmente anticipare l'andamento, quelli medici per capire la relazione tra agente patogeno e organismo ospite, l’analisi biologica per capire i meccanismi molecolari e cellulari del virus e bloccarne la replicazione, la ricerca chimico-farmaceutica per ideare e testare vaccini capaci di stimolare una risposta immunitaria efficace, durevole e sicura.

Pubblicato in Medicina

 

IL FARMACOLOGO CESARE SIRTORI: ‘DEMOLISCE’ I TRIGLICERIDI NEI POLMONI, DA ANNI LO USIAMO CONTRO L’ECCESSO DI GRASSI NEL FEGATO, IL MECCANISMO È LO STESSO’

Un gruppo di ricercatori israeliani della Hebrew University di Gerusalemme, in collaborazione con l’americano Mount Sinai Medical Center di New York, ha scoperto che un vecchio farmaco, notissimo e dai costi molto bassi, il fenofibrato, è in grado di inibire la capacità del Covid-19 di riprodursi nelle cellule dei polmoni. La notizia della scoperta di questa potenzialità sta avendo enorme eco nella comunità scientifica e sui media americani. Il farmaco è da anni utilizzato anche in Italia per abbassare il livello dei grassi nel sangue.

“E’ una scoperta molto interessante – commenta il prof. Cesare Sirtori, farmacologo clinico di fama mondiale e fondatore del centro per lo studio delle dislipidemie dell’Ospedale Niguarda di Milano -. Da anni utilizziamo il fenofibrato sui nostri pazienti per contrastare l’eccesso di trigliceridi nel fegato. Questa molecola, attraverso un meccanismo chiamato PPAR (perixomal proliferator activated receptor), è in grado di ridurre i grassi in eccesso nel fegato, riducendone così i livelli nel sangue. I ricercatori del gruppo israelo-americano hanno intuito che lo stesso effetto poteva verificarsi anche nei polmoni: demolire i grassi significa ridurre l’infiammazione, ottenendo in questo caso una netta remissione dei sintomi.”

Pubblicato in Medicina

 


La scoperta dell’Università di Pisa e del National Institutes of Health statunitense pubblicata sulla rivista scientifica Metabolism Clinical and Experimental


“Sono a dieta, perché non perdo peso?” è un dilemma a cui la maggior parte di noi non trova una risposta conclusiva. Per dare una spiegazione a questo problema comune nelle persone che iniziano una dieta, c’è un nuovo studio dell’Università di Pisa e del National Institutes of Health statunitense pubblicato sulla rivista scientifica “Metabolism Clinical and Experimental”.

In base ai risultati di questo ricerca è infatti la risposta metabolica all’inizio della dieta a determinare la perdita di peso a lungo termine. Dal punto di vista quantitativo, se il metabolismo si riduce di 100 kcal al giorno questo si traduce in media in 2 kg di peso non perso dopo sei settimane di dieta.

“Ognuno di noi possiede uno specifico profilo metabolico – spiega Paolo Piaggi, bioingegnere dell’Ateneo pisano e autore senior dello studio – alcuni soggetti hanno un metabolismo più “risparmiatore” rispetto ad altri, ossia riducono maggiormente il loro consumo energetico giornaliero quando diminuiscono il loro introito calorico come, ad esempio, durante una dieta ipocalorica. Questi soggetti tendono quindi a perdere meno peso nel tempo dato che il loro organismo riduce molto il suo consumo energetico, pertanto la dieta ipocalorica in questi soggetti perde la sua efficacia in termini di calo di peso corporeo nel corso del tempo”.

Pubblicato in Medicina


Un nuovo studio italiano, coordinato da un team di ricerca del Dipartimento di Psicologia della Sapienza, ha osservato l’influenza che volti e parole della politica possono avere sul comportamento morale degli elettori “indecisi”. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, sono stati ottenuti attraverso l’analisi del comportamento oculomotorio di un campione di persone prive di una convinzione ideologica precisa


Gli occhi non mentono perchè secondo alcuni sono lo specchio dell’anima.

Dal movimento oculare è possibile capire se una persona mentirà o dirà la verità e ottenere anche informazioni utili sulle ragioni e sulle modalità dell’uno o dell’altro comportamento e sulle relative conseguenze. È quanto ha dimostrato il team di ricerca composto da Michael Schepisi, Giuseppina Porciello, Salvatore Maria Aglioti e Maria Serena Panasiti del Dipartimento di Psicologia della Sapienza in un nuovo lavoro pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

L’obiettivo generale dello studio è stato quello di indagare se la presentazione di stimoli politici di diversa natura (volti di politici vs. parole ideologiche) e associati a diverse ideologie (sinistra vs. destra) potesse influenzare la tendenza di persone politicamente indecise a mentire. Inoltre, attraverso la registrazione dei movimenti oculari dei partecipanti è stato possibile avere un indice attentivo in grado di predire il processo decisionale che porta a tale comportamento.

Nello specifico, i risultati mostrano come alcune parole ideologiche (es. “condivisione”, “tolleranza”) possano essere utilizzate più efficacemente per veicolare messaggi che influiscono sul comportamento morale dei partecipanti, portandoli a mentire di più per l’interesse altrui e meno per quello personale.

Pubblicato in Etica


Pigs that eat soybean as a regular part of their diet may be better protected against viral pathogens, a new study from University of Illinois shows. The researchers attribute the effect to isoflavones, a natural compound in soybeans.

Porcine reproductive and respiratory syndrome virus (PRRSV) is a widespread disease that costs U.S. swine producers around $650 million every year. There is evidence that feeding soy helps protect pigs against the disease, but it’s not clear why or how it works, says Ryan Dilger, co-author on the study and associate professor in the Department of Animal Sciences, Division of Nutritional Sciences, and Neuroscience Program at U of I. Dilger and his collaborators previously pointed to dietary soy isoflavones as the active ingredient, and they wanted to explore that hypothesis further.

“In this study, we’re looking specifically at isoflavones and whether they have a beneficial effect on the immune response,” Dilger says. “We wanted to understand how we can take a primary protein source in a diet that's already used for pigs and provide a practical way for producers to combat the endemic PRRSV.”

Pubblicato in Scienceonline

 

Figure 1. A snapshot of a model from the new work, showing the late stages of growth and coalescence of a new global fracture network. Fractures are in black / shadow, and colors show stresses (pink color denotes tensile stress, blue color denotes compressive stress).


The activity of the solid Earth – for example, volcanoes in Java, earthquakes in Japan, etc – is well understood within the context of the ~50-year-old theory of plate tectonics. This theory posits that Earth’s outer shell (Earth’s “lithosphere”) is subdivided into plates that move relative to each other, concentrating most activity along the boundaries between plates. It may be surprising, then, that the scientific community has no firm concept on how plate tectonics got started. This month, a new answer has been put forward by Dr. Alexander Webb of the Division of Earth and Planetary Science & Laboratory for Space Research at the University of Hong Kong, in collaboration with an international team in a paper published inNature Communications. Webb serves as corresponding author on the new work.

Dr. Webb and his team proposed that early Earth’s shell heated up, which caused expansion that generated cracks. These cracks grew and coalesced into a global network, subdividing early Earth’s shell into plates. They illustrated this idea via a series of numerical simulations, using a fracture mechanics code developed by the paper’s first author, Professor Chunan Tang of the Dalian University of Technology. Each simulation tracks the stress and deformation experienced by a thermally-expanding shell. The shells can generally withstand about 1 km of thermal expansion (Earth’s radius is ~6371 km), but additional expansion leads to fracture initiation and the rapid establishment of the global fracture network (Figure 1).

Pubblicato in Scienceonline

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